Come disse un tale: voi suonerete le vostre trombe, noi suoneremo le nostre campane. Privata della possibilità di importare un gran numero di merci e di beni di consumo occidentali a causa delle sanzioni, la Russia si accinge a legalizzare le importazioni parallele.

Non si tratta di tarocchi. Sono invece merci originali  fatte entrare in Russia attraverso canali di distribuzione non autorizzati dal fabbricante o dal titolare del marchio. Per certi versi, si tratta di triangolazioni: se tu non mi vendi la tal cosa, io la compro – che ti piaccia o no – da qualcuno al quale tu la vendi e che non sarebbe autorizzato a rivendermela.

Però, attenzione: tutto questo non comporta necessariamente un prezzo finale maggiorato, anzi. Le importazioni parallele costituiscono un grattacapo per i grandi marchi, in quanto consentono di reperire merci originali a prezzi più bassi. Si effettuano sottobanco anche in Occidente e danno luogo ad una sorta di mercato grigio, né legale né a volte completamente illegale. Costituiscono il canale che a volte consente di trovare, ad esempio, capi d’abbigliamento dell’ultimissima collezione (non fondi di magazzino) ad un prezzo insolitamente basso.

Legalizzare le importazioni parallele è un atto di pirateria commerciale da parte della Russia? Sì, o per lo meno sembra qualcosa di simile. D’altro canto, nell’ambito delle sanzioni l’Occidente ha congelato le riserve valutarie detenute dalla Russia. Anche quello è stato un atto assimilabile alla pirateria, sebbene constatarlo sia oggetto di biasimo quanto pulirsi il naso in salotto.

Oltre alle sanzioni ufficiali, la Russia deve fronteggiare anche varie sanzioni fai-da-te. Sebbene nessuno glie l’abbia ufficialmente chiesto, multinazionali quali Nike, Ikea, Apple, H&M, Netflix hanno sospeso la vendita dei loro prodotti in Russia. Le importazioni parallele consentiranno di supplire. Perché è vero che si può vivere bene anche senza abbigliamento griffato, ma per le apparecchiature elettroniche la musica già cambia radicalmente.

La politica delle importazioni parallele può anche estendersi a sbocchi collaterali. Heineken e Cola Cola  – per fare due nomi a caso – hanno chiuso gli stabilimenti in Russia. Però i dipendenti sanno bene come si confezionano, rispettivamente,  la birra e la bevanda gasata più famosa del mondo. Basta metterli in condizione di tornare a lavorare: e magari si riuscirà anche ad abbassare il prezzo finale.

E’ già accaduto con McDonald’S e Ikea. Quest’ultima è diventata Idea: stessi prodotti, logo molto simile. Nei negozi russi ex Mc Donald’s si continuano a servire hamburger, patatine fritte e tutto il resto: però preparate con materie prime nazionali. Il prezzo è diminuito mentre il marchio è praticamente ricalcato su quello precedente. I russi hanno inclinato i due archi gialli su sfondo rosso che formano la lettera “M” e l’hanno trasformata in “B”. La “B” dell’alfabeto cirillico si legge “V”. La “V” di Vanja, lo Zio Vania di Čechov al quale ora sono intitolati gli ex McDonald’s.

Per molto meno in Occidente si finisce in tribunale. Celebre la vicenda del macellaio e dell’allevatore piemontesi che, qualche anno fa, si misero a vendere hamburger e patatine a chilometri pressoché zero con l’insegna Mac Bun, in dialetto “Soltanto buono”. Marchio e prodotti non ricalcavano quelli McDonald’s, che però fece causa. Il macellaio e l’allevatore la vinsero, ma a scanso di ulteriori guai autocensurarono il marchio in M** Bun. Ecco: volessero mai andare a Mosca, ora non avrebbero grane.

GIULIA BURGAZZI

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