Anno nuovo, aria nuova anche per gli ospedali di regime. Negli ultimi giorni all’ospedale Spallanzani  di Roma il direttore Francesco Vaia si è lanciato in una serie di affermazioni che fanno dell’istituto romano uno dei primi a fare dietrofront al diktat di regime.

A dire il vero già ad inizio gennaio lo stesso Vaia aveva azzardato dichiarazioni contro corrente, annusando in anticipo su tutti il profondo cambiamento di narrativa che di lì a poco sarebbe avvenuto. Affermava infatti in tale occasione che nella sua esperienza “il COVID era ormai diventato semplicemente una malattia endemica stagionale”, vale a dire un’influenza.

Tuttavia con oggi  la sanità italiana si apre ufficialmente ad approcci diversi, più ragionevoli, più consoni alla gestione di un’endemizzazione del virus e quel che è più importante si smette di parlare di emergenza. Ed è lo stesso Vaia a proporre l’interruzione del bollettino di guerra quotidiano che va avanti ininterrotto ormai da due anni.

Ad oggi non ha più senso parlare continuamente di malati e di morti, quando è possibile affrontare il COVID in maniera tempestiva , ambulatoriale e con terapie precoci. Cosa? Terapie precoci? Solo a pronunciare queste due parole fino a qualche settimana fa si veniva bollati come no-vax, ora pare la normalità per Vaia.

Basta anche con i tamponifici. Non abbiamo bisogno di testare tutti indiscriminatamente. Chi non ha sintomi, faccia la sua vita”, continua il direttore, che afferma questo dopo aver predicato per due anni che il miglior modo di uscire dalla pandemia fosse quello di testare tutti e tracciare tutti. Ricordate? Test, test, test. Per non parlare della App Immuni, uno dei poco discussi fallimenti del regime sanitario.

E vogliamo parlare della quarantena? Mentre la Ardern solo ieri minacciava isolamenti mensili in Nuova Zelanda, lo Spallanzani è nuovamente all’avanguardia, visto che gli asintomatici escono dalla quarantena dopo appena 5 giorniproprio come in America”. Vietatissimo fare confronti con altre nazioni prima d’ora. Ma adesso va bene, anzi benissimo,  come lo fosse sempre stato.

Altro tabù infranto da Vaia , il vaccino russo Sputnik su cui ha effettuato uno studio in collaborazione con l’Istituto Gamaleya. Il siero di Putin è stato valutato in una comparazione sul potere neutralizzante e sulla durata degli anticorpi all’antigene confrontando i risultati con quelli ottenuti con Pfizer. Finora guai a parlare di Sputnik, ma con Omicron tutto diventa possibile, persino aprire gli orizzonti a est. Omicron è imprevedibile, buca i vaccini, ma a quanto pare anche la narrativa.

A dirla tutta, Vaia anche sul vaccino fece affermazioni decisamente contro corrente già un paio di settimane fa dichiarando “ non è che possiamo fare cappuccino e vaccino. Se la casa non ha l’impianto a norma non è che posso continuare con le candele a vita, metto a posto quello che non va nell’impianto. Ugualmente non posso fare quattro o cinque dosi dello stesso farmaco ad un soggetto quando so che non serve”.

A questo punto ci chiediamo se questo approccio privo di allarmismi e di stress non fosse più adatto fin dall’inizio della vicenda COVID. Sicuramente era possibile e avrebbe prodotto minor danno sia agli individui che alle economie.

Sono stati necessari due anni, ma verosimilmente si accoderanno anche altri alla inesorabile variante della verità per cui non c’è vaccino che tenga.

MARTINA GIUNTOLI

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