di Ingrid Atzei.

Presso gli antichi Romani era d’uso una particolare forma di censura, quella della cancellazione di ogni benché minimo riferimento storico a coloro che si fossero macchiati di gravissimi reati; la condanna postuma all’oblio prendeva il nome di damnatio memoriae. Nel Medioevo parrebbe attestato il ricorso a questa pratica finanche nelle lapidi funerarie dalle quali venivano abrasi i nomi dei non graditi.

Oggi, la cronaca geopolitica mediorientale ci offre l’occasione amara di potere analizzare in tempo reale tutte le operazioni di damnatio memoriae perpetrate dagli israeliani nei confronti dei palestinesi. Si vede che dalle parti di Bibi la storia romana piace, almeno quella che può inserirsi funzionalmente nel quadro della nakba, quell’esodo forzato dei Palestinesi dalle loro terre cominciato nel 1948, attualmente, “arricchitosi” della sfumatura dell’annientamento. E se la mente ora vi corre alla soluzione finale è perché il modus operandi è straordinariamente paragonabile.

Non c’è aspetto della vita che la cancellazione della memoria non colpisca, dall’ambito sacro/religioso, a quello archeologico, culturale, formativo e scolastico, residenziale, architettonico e affettivo. Talmente chirurgica è tale damnatio da necessitare, per riferirvisi, della creazione di neologismi ad hoc e noi, quasi come anatomopatologi, sezioneremo tale condotta per farci un’idea complessiva del crimine perpetrato con le devastanti armi che la modernità offre ai rei.

La nostra autopsia parte da brandelli, indice del fatto che l’accanimento sulla vittima è stato totale.

Sono trascorse tre stagioni dall’inizio dei fatti e, di qua, sul nostro tavolo autoptico vediamo un cuore dilaniato, quasi irriconoscibile, grondante sangue che stenta a rapprendersi; esso rappresentava tutti quegli edifici sacri ai quali la popolazione affidava le proprie speranze, se non salvifiche quantomeno confortanti. Di più, in un’ottica archeologica, esso rappresentava un impedimento alla colonizzazione sionista che, forte della cosiddetta archeologia biblica, va alla ricerca pretestuosa di siti storicamente assegnabili agli israeliani con il fine di favorire una geografia del colonialismo d’insediamento.

Da quest’altra parte, vediamo un cervello esploso con frammenti di teca cranica frammisti alle parti molli spappolate, questa distruzione si chiama scolasticidio e, per la verità, non si ferma ai primari centri d’educazione ma coinvolge tutti i centri di formazione, preservazione e culto delle conoscenze che ogni generazione ha il diritto di acquisire. Anche questa parte della condanna è perfettamente funzionale allo scopo poiché favorisce l’impoverimento culturale del popolo palestinese e ne impedisce qualunque accesso alla cultura.

E, affinché non rimanga davvero nulla a testimoniarne l’esistenza storica, anche la teca protettiva del cervello, come detto, è andata in frantumi e con essa biblioteche, musei e archivi. La cancellazione così radicale dell’identità di un popolo prende il nome di soficidio.

Se ci spostiamo ancora tra i brandelli disposti il più ordinatamente possibile sul tavolo autoptico possiamo osservare resti irriconoscibili di membra umane, braccia, mani, gambe, piedi, schiene che si sono piegate più e più volte per costruire, rinnovare, recuperare, coltivare, produrre. Esse rappresentano gli spazi residenziali, quelli della vita quotidiana tra la famiglia e il lavoro. Questi spazi possono comprendere e comprendono edifici storici, magari con sulle spalle anche quattrocento anni di vetustà. Questa distruzione delle parti dinamiche di un popolo si chiama domicidio. Quanto la spietata distruzione dei luoghi che dovrebbero rappresentare rifugi sicuri si possa spingere oltre ogni umana cattiveria e giungere all’abominio della disumanità che ritiene di non doversi porre limiti difronte ad un’etnia considerata sovrannumeraria tra quelle del pianeta ce lo dimostra Lavender, un’intelligenza artificiale che, in totale autonomia, crea un database di bersagli ritenuti collaboratori delle milizie palestinesi. Insomma civili; civili da bombardare! Altrimenti definibili, molto tecnicamente e asetticamente, errori collaterali. Senza girarci troppo attorno, vittime. Il sistema, sempre d’intelligenza artificiale – così sembra più simile ad un videogioco – che traccia i supposti sospetti ha un nome che fa capire quanto poco siano reali sospettati questi supposti sospetti; si chiama, infatti, Where’s daddy? Traete voi le conclusioni… Se poi a morire sono intere famiglie d’innocenti non si tratta di errori madornali e nemmeno di vittime collaterali; si chiama genocidio.

A questo si aggiunga che la nostra autopsia la stiamo eseguendo su brandelli senza nome che affiorano mestamente tra la più cupa devastazione, quella dove assieme allo scempio sistematico di ogni testimonianza di vita, si trattasse pure d’insegne luminose, si deve registrare anche la soppressione di cadavere. Anzi, meglio, la distruzione d’interi cimiteri. I cimiteri sì; quei luoghi sacri, sottolineiamolo sacri, dedicati al culto ed alla pietà verso i defunti, i cari estinti. Anche in questo caso, l’azione criminosa è volta alla cancellazione delle tracce di vita trapassata e non è una pratica di guerra ma, esattamente e palesemente, una condanna all’oblio di un intero popolo. Se non esistono più nemmeno i luoghi sacri di sepoltura, con le sepolture e con le salme consunte dal tempo, non si può tenere traccia del vissuto storico e delle generazioni che si sono succedute. Quest’agire oculato, mascherato da reazione ad un attacco terroristico, è unicamente funzione di uno schema di pensiero che si condensa nel motto Una terra senza popolo per un popolo senza terra, associato all’intento sionista di creare un unico stato ebraico comprendente il territorio della Palestina e ritenuto comune tra gli Ebrei sionisti già a partire dal XIX secolo.

A tal proposito, mi vengono in mente le parole del filosofo Bertrand Russell sulla Storia riportate da Aldous Huxley nel suo Ritorno al mondo nuovo:

«La storia non è ancora scienza: si può farla sembrare scientifica ricorrendo al falso e all’omissione».

E così centriamo appieno sia il movente dell’archeologia biblica che quello del motto sionista.

Quindi, quando qualcuno parla di reazione sproporzionata di Israele ai fatti del 7 ottobre, non dimentichiamo mai che, se un agire ci appare esagerato, è perché lo stiamo rapportando alla sua oggettività non alle reali intenzioni dell’agente. Esattamente come accade quando analizziamo una coppia tossica nella quale abbiamo un abusante in posizione dominante, o up, ed un abusato/vittima in posizione down, ovvero di svantaggio o dipendente. L’abusante che ammazza di botte la vittima che è rientrata a casa con qualche centesimo di resto in meno dopo aver fatto la spesa non agisce in quel modo perché non gli tornano i conti sul taccuino delle uscite e deve acquistare il pane per il giorno dopo. L’abusante agisce all’unico scopo di annientare la vittima, privarla della propria identità, della propria autonomia e, se non basta, della vita. Aggiungete poi che, nel caso specifico di Gaza, la vittima sta seduta su delle belle riserve di idrocarburi naturali; perciò, dentro il portafoglio dell’abusante, i conti non torneranno mai finché non elimina la vittima per occupare la sua cospicua seduta.

 

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