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Economia22 Aprile 2024

Autonomia Regionale Differenziata: assalto alla Costituzione, al Mezzogiorno e alle Isole

Pino CabrasDi Pino Cabras·617 contenuti pubblicati
Giulia Bertotto intervista il prof. Massimo Costa sull'Autonomia Regionale Differenziata, evidenziando i rischi di un aumento del divario tra Nord e Sud Italia. Costa sottolinea come questa proposta possa ledere i diritti delle regioni più deboli, come la Sicilia, aggravando le disuguaglianze già esistenti.
Punti chiave
  • L'Autonomia regionale differenziata è proposta dal Ministro Calderoli.
  • La riforma potrebbe aumentare il divario tra Nord e Sud Italia.
  • La Sicilia rischia di perdere risorse già scarse a causa della riforma.
  • Il gettito fiscale siciliano potrebbe essere dirottato verso altre regioni.
  • Costa avverte di una violazione della Costituzione e dei diritti delle regioni insulari.
L'articolo

 Intervista al prof. Massimo Costa a cura di Giulia Bertotto.

L’Autonomia regionale differenziata è una proposta del Ministro leghista Calderoli. Essa prevede la concessione di “forme e condizioni particolari di autonomia” alle regioni a statuto ordinario che sono previste dal terzo comma dell’articolo 116 della Costituzione, il quale sottolinea come possano essere attribuite “con legge dello Stato su iniziativa della regione interessata”. Concretamente queste condizioni particolari riguardano il gettito fiscale, servizi di base come l’istruzione e la sanità pubblica, le norme e la sicurezza sul lavoro.

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Questa proposta di legge è molto contestata in quanto si fa notare che potrebbe aumentare quel divario già molto problematico tra Nord e Sud Italia.

Ne abbiamo parlato con Massimo Costa, professore di economia aziendale presso l’Università degli studi di Palermo e studioso di discipline storico-sociali. Costa cura anche un proprio blog, ricco di idee, progetti, studi e storia della Sicilia.

 

L’INTERVISTA 

L’autonomia regionale differenziata per alcune regioni a statuto speciale implica una revisione dei rapporti tra Stato e poteri locali, possiamo spiegare innanzitutto di cosa si tratta?

Con l’Autonomia Regionale Differenziata, tutte le regioni, sia quelle a statuto speciale sia quelle a statuto ordinario, possono chiedere allo Stato di svolgere alcune funzioni in più rispetto a quelle che normalmente svolgono. Questa riforma è stata pensata per lo più per le regioni a statuto ordinario che hanno un numero di funzioni minore rispetto a quelle a statuto speciale, ma anche quelle a statuto speciale potrebbero richiederle con medesimo trattamento. Le modalità con cui però si sta attuando questa Autonomia non comportano solo l’attribuzione alle regioni che ne fanno richiesta delle risorse strettamente necessarie allo svolgimento delle funzioni che sono state loro attribuite, ma comporta, di fatto, che queste funzioni vengano regionalizzate con le risorse di altre regioni, ossia con risorse che sarebbero destinate o alla perequazione della spesa di parte corrente o alla perequazione infrastrutturale.

Facciamo un esempio concreto. Cosa cambia ad esempio per la Sicilia?

La Sicilia ha molto da perdere con questa riforma perché ha già visto devolute tutte le spese da parte dello Stato, quindi lo Stato in Sicilia non fa più niente tranne – in breve – pagare la difesa, l’ordine pubblico, scuola e università. Tutto il resto, a partire dalla Sanità, ma anche la Cultura, e tanto altro, è tutto accollato alla regione siciliana, e quindi, in ultimo, al contribuente siciliano. Ora, come dovrebbe fare una regione povera del Mezzogiorno a farsi carico di tutta la spesa pubblica e perfino del sostegno agli enti locali (questi solo in minima parte sostenuti dallo Stato)? La regione già taglia servizi ai cittadini al massimo possibile, e poi non potrebbe che andare completamente in default. Per garantire questa sostenibilità, teoricamente, tutte le risorse che maturano in Sicilia, come l’Irpef ad esempio, dovrebbero andare alla Regione; infatti, se quest’ultima si fa carico di tutte le spese è evidente che debba anche ricevere tutto o quasi. Tutto tranne poche entrate, stabilite per Statuto, destinate alle residue funzioni statali in Sicilia.

In Sicilia, però, è accaduto che attraverso una serie di accordi truffa, di fatto lo Stato non dà alla Regione siciliana il gettito che matura realmente in tutto il territorio. Secondo la legge l’imposta sul reddito delle società viene riscossa nel luogo in cui la società ha sede legale. Ora, quando la Regione Lombardia rivendica nei confronti del resto del Paese 90 miliardi di residuo fiscale attivo, non rivendica soltanto -e già sarebbe iniquo perché privo di solidarietà- il gettito che realmente si è formato in Lombardia, bensì rivendica il gettito che viene riscosso in Lombardia ma è prodotto nell’intera Italia. Le regioni del Nord sono favorite in questo perché tutte le grandi società hanno la loro sede nelle regioni lombarde e, in genere, del nord e vorrebbero anche i soldi sudati nelle altre regioni, per giunta molto più povere! Se la Lombardia fosse un paese indipendente, non potrebbe rivendicare quelle risorse ma dovrebbe lasciarle nel luogo in cui sono prodotte. Ora, la Sicilia, con l’autonomia differenziata, non solo perde il gettito maturato nel proprio territorio a favore dello Stato, ma questa volta lo vede “girato” direttamente ad altre Regioni, senza possibilità di poterlo mai più recuperare.

Insomma, a cambiare è il fatto che delle iniquità dovute a diversi e complessi fattori, invece di essere quanto più livellate dallo Stato, vengono favorite e alimentate dallo stesso. A dispetto di quelle che sono le funzioni dello Stato verso tutte le sue componenti locali e nei confronti della sua intera cittadinanza.

Esatto. Stando a questa proposta, secondo il presidente della Lombardia, il gettito lombardo si è formato tutto in Lombardia, ma questo non è vero in quanto vi è nascosto gettito siciliano. Insomma, denaro siciliano che deve tornare alla Regione Siciliana. Se realizzeremo l’Autonomia Differenziata in questi termini succederà che con il pretesto di dare funzioni in più alla Lombardia gli verrà concesso reddito che viene prodotto su tutto il territorio nazionale, aggravando la sperequazione in atto.

Lo stesso vale, ad esempio, per molte società assicurative: molte hanno sede nella Lombardia, ma le assicurazioni vengono pagate in tutto il territorio della Repubblica. Dunque la Sicilia si vedrebbe defraudata di risorse che oggi sono trattenute dallo Stato e domani da altre regioni. Un federalismo fiscale fondato sull’appropriazione da parte delle regioni più ricche persino del gettito maturato in quelle più povere, che siano ordinarie o a statuto speciale.

Una vera disuguaglianza fatta legge. Si rischia anche di sollevare un problema costituzionale e democratico?

Sì, e in spregio alla riforma costituzionale del 2001, che non amo, ma che se fosse interpretata nel suo significato letterale, teoricamente, potrebbe addirittura portare una redistribuzione delle ricchezze alle regioni in maggiore difficoltà.

La discrepanza costituzionale si crea per due motivi, uno formale e uno sostanziale: quello formale riguarda una violazione della Costituzione, perché il modo di attuazione non è conforme alla Legge 2 del 2001 e, sempre sul piano formale, perché si stanno violando anche gli statuti speciali delle regioni insulari che sono quelle più danneggiate da questa situazione. Ricordo, al proposito, che gli statuti speciali, come sono quelli di Sicilia e Sardegna, anche se lo Stato li usa ormai da alcuni decenni come zerbino quando ha le scarpe sporche di fango, sono parte integrante della Costituzione, approvati dalla stessa Assemblea Costituente, quasi come appendici alla stessa Costituzione, poco prima di chiudere i battenti. Quindi come le leggi ordinarie possano calpestare le leggi costituzionali resta un mistero di questo paese. Mistero che, del resto, abbiamo già visto all’opera negli anni della cosiddetta emergenza sanitaria da Covid 19. Rotto un argine…

Dal punto di vista sostanziale si finisce per istituzionalizzare una sorta di apartheid, se mi permette un termine forte: una divisione dei cittadini -che c’è sempre stata nei fatti- questa volta con il crisma della legge ufficiale. Lo Stato ha cercato di stemperare queste disuguaglianze e redistribuire la ricchezza e in qualche fase dal 1947 al 1973 è anche riuscito a farlo veramente. Con questa “riforma” si certifica invece che un cittadino nato al di sopra di una certa latitudine gode di diritti di cui non dispone un cittadino nato al di sotto di una certa latitudine. Questo significa attentare all’unità economica del paese e una volta che l’unità economica è vanificata occorrerà giustificare a cosa serve l’unità politica del paese, se non a perpetuare le disuguaglianze.

Uno dei punti più criticati della proposta è quello relativo al finanziamento dei livelli essenziali di prestazione (conosciuti come Lep) che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale.

La perequazione dovrebbe essere un prerequisito, ma quando questa viene aggirata diventa un modo per sfilare risorse dal Mezzogiorno e dalle Isole e inviarle direttamente a regioni già avvantaggiate a livello geografico, storico e industriale. Si tratta di una situazione gravissima a cui però il nostro Presidente di regione ha dato il suo pieno assenso.

Uno dei criteri che le Nazioni Unite riconoscono affinché un popolo possa rivendicare l’indipendenza è lo stato di colonia o la condizione di sostanziale apartheid. Se oggi il diritto a curarsi da malattie gravi o ad iscrivere un bambino all’asilo nido sono diritti negati siamo vicini a questa condizione. Certo, questo si deve anche alla classe politica, alla sua cattiva coscienza o pessima preparazione, ma si deve imputare anche a una differenza di spesa pro capite che sfugge a qualunque regola. Ci sono sperequazioni enormi da una regione all’altra; compito dello Stato dovrebbe essere tenere queste fisiologiche differenze dentro dei limiti di guardia. Ne risente la democrazia perché il diritto e dovere di voto può diventare voto di scambio. In Sicilia c’è a tal proposito una situazione esplosiva: non si va più a votare nemmeno per le amministrative e coloro che ci vanno probabilmente in gran parte esprimono voti clientelari di sopravvivenza. Le elezioni europee sono le peggiori e per le prossime si prevede un tracollo con il 70% di astensioni e non è una cifra che dichiaro alla rinfusa o pessimistica.

Lei è tra i fondatori del Gruppo della Moneta Fiscale, che ha studiato e proposto per anni l’introduzione di un sistema di “certificati di compensazione fiscale” per rilanciare l’economia. Una promettente misura che in qualche modo richiamava questo progetto era il famoso “superbonus 110%”, che tuttavia ha subito molte traversie. Qual è il suo giudizio su questa esperienza?

Su questi certificati è avvenuto un processo di demonizzazione a posteriori. Un certificato fiscale che circola e lo fa come moneta complementare, di fatto non viene portato “all’incasso” ma serve ad immettere liquidità nel sistema. E in effetti nel momento eccezionale di stasi dell’economia italiana quale è stata quella indotta dai lockdown in occasione della “cosiddetta” pandemia, con uno shock dell’offerta in cui praticamente si è bloccato il mercato, il superbonus edilizio ha fatto da spinta all’economia e ha contribuito a evitare un collasso totale che non sarebbe convenuto a nessuno.

Se questo strumento si fosse fatto circolare liberamente si sarebbe immessa quella liquidità nel sistema che avrebbe consentito di superare la crisi. Esso avrebbe potuto inserirsi strutturalmente nel nostro sistema economico e questo avrebbe consentito a molte amministrazioni locali di allentare i cappi dell’austerità a cui l’Ue sembra condannarle.

E invece come è andata?

Con le regole Eurostat vigenti al momento in cui è stato emesso questo strumento non era computato come debito perché non lo è. Per le regole europee un credito fiscale è debito soltanto quando comporta un obbligo dello stato alla sua presentazione di tirar fuori del denaro per pagarlo. Quando invece il credito fiscale non comporta un’uscita per lo stato ma una minore entrata futura non può essere contabilizzato come debito. Eurostat, su parere del governo italiano ha modificato in corso d’opera le regole contabili per farlo figurare come debito; se questo strumento circola è come la moneta e la moneta è debito per definizione. Questo è incredibile.

Insieme all’economista Biagio Bossone stiamo portando avanti la concezione contabile della moneta (Accounting View of Money) secondo la quale il fatto che la moneta sia considerata debito è una incrostazione del passato di cui dovremmo liberarci.

L’Italia ha dunque bloccato la circolazione di questi certificati castrando l’economia reale dei cittadini e delle imprese e nello stesso tempo si è costretto il sistema già in affanno a chiedere liquidità alle banche, tutto il contrario di quello che si sarebbe dovuto fare. La mia valutazione è dunque ampiamente positiva ma l’Europa e l’Italia hanno reso questo strumento una sorta di cappio al quale ora ci stiamo impiccando. Attenzione, non si tratta di errori e superficialità, le autorità monetarie portano avanti un’agenda deliberatamente usuraia, per poi costringere i governi ad adottare le cd. “riforme”, cioè per sottrarre la politica economica agli stati e ai popoli e devolverla a tecnocrazie elette da nessuno.

Pino Cabras
AUTORE
Pino Cabras
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