Spiegano gli zoologi che il lupo, prima di colpire, studia attentamente il terreno e la preda. Attacca solo a colpo sicuro, dopo aver atteso con pazienza che maturassero le condizioni più favorevoli. Tu non lo vedi, ma lui c’è. E ti osserva: sempre. Tu, potenziale preda, sei costantemente nel mirino del lupo. Che ha quel vantaggio tattico: l’invisibilità. Da tre anni a questa parte, ben altri lupi hanno letteralmente distrutto la relativa tranquillità su cui galleggiavamo, distratti da preoccupazioni decisamente irrisorie rispetto a quelle di oggi.

Nel 2019, la morta gora della politica italiana – una sbiadita recita affidata a dilettanti e comparse – proponeva la seguente agenda: il crepuscolo delle pallide ambizioni “sovraniste” dei gialloverdi. Quindi le polemiche sugli sbarchi, il boom elettorale di Salvini alle europee, la barzelletta del Russiagate leghista all’amatriciana. E infine il Papeete, le elezioni negate e la nascita del governo Conte-bis. Nessuno lo vedeva, il lupo in agguato. Eppure c’era.

CRISI E TERRORE, DALL’11 SETTEMBRE ALL’UCCISIONE DI SOLEIMANI

Un primo ululato risuonò sinistramente il 3 gennaio 2020, sotto forma di strano biglietto d’auguri per l’anno nuovo: l’omicidio a Baghdad del generale Qasem Soleimani, eroe nazionale iraniano, reduce dalla lotta in Siria contro l’Isis. Ucciso da un missile, Soleimani, mentre era in visita diplomatica in Iraq: un atto di terrorismo internazionale, apertamente rivendicato dagli Stati Uniti (unica macchia, piuttosto misteriosa, nella politica estera di Trump, assolutamente non bellicista).

Non che non fossimo informati, sul pericolo rappresentato dai lupi. Dall’11 Settembre in poi, non avevano fatto altro che sbranare vittime, spesso inermi. Gli afghani, gli iracheni, i libici, i siriani. Attacchi a ondate, sempre destinati a scatenare il panico: il crollo della Lehman e la crisi europea degli spread, il massacro della Grecia, il commissariamento dell’Italia. E poi le stragi nelle piazze, specie in Francia, firmate da un neo-terrorismo più che opaco.

LA GRANDE TRAPPOLA CHIAMATA COVID

Le incursioni dei lupi però restavano ogni volta un incidente; capace di turbare la normalità, ma senza mai arrivare a cancellarla. A quello provvidero le prime notizie dal lontano Oriente, con l’improvviso ridondare di quel nome esotico: Wuhan. Vuoi vedere – si domandò qualcuno – che adesso, di questa ennesima sindrome influenzale asiatica, faranno un refrain destinato a ipnotizzarci per mesi? Ingenue, le pecorelle: i lupi avevano già completamente circondato il pascolo, senza lasciare vie di fuga.

Della trappola – una strage senza precedenti – ormai sappiamo praticamente tutto: la regia, i primattori, le complicità a ogni livello. E anche il vero bilancio del disastro, pressoché universale perché psicologico. Che spettacolo: milioni di esseri umani traumatizzati dalla paura, pronti a subire qualsiasi vessazione e anche a calpestare i diritti dei pochi, ostinati renitenti, criminalizzati dai media e bullizzati dalle autorità.

Come dire: fine della civiltà precedente, quella in cui certi abusi sarebbero stati semplicemente inconcepibili. Per contro, proprio l’estrema durezza del frangente (persino difficile da raccontare, come nel caso di ogni vero abominio storico) ha aiutato un numero crescente di persone ad aprire gli occhi. La feroce censura, introdotta in modo sfrontato, non è bastata a soffocare le voci del dissenso. In prima fila, medici-eroi e scienziati scesi in campo dalla parte della verità.

L’ULTIMO ATTACCO DEI LUPI: CONTRO LA RUSSIA

Se qualcuno però si era illuso che ci fosse modo di ristabilire finalmente un po’ di giustizia, si sbagliava. Ancora una volta, aveva perso di vista lui: il lupo. Il predatore invisibile e infaticabile. Il killer che alle vittime non lascia il tempo di ragionare. E rieccolo dunque in azione, stavolta in Ucraina. Obiettivo, spezzare il legame vitale tra Europa occidentale e Russia. Le mosse del lupo? Semplici e micidiali: buttare all’aria gli accordi di pace firmati a Minsk e minacciare Mosca in modo diretto, aprendo a Kiev le porte della Nato dopo aver fatto bombardare ininterrottamente, per otto anni, la popolazione civile del Donbass.

Se questa fosse solo una fiaba, i lettori comincerebbero a sentirsi a disagio: è mai possibile che sia sempre lui, il lupo, a stabilire il futuro del mondo? Nella realtà quotidiana delle nostre montagne, quando un branco di lupi attacca un gregge può accadere che l’assalto venga respinto. Succede in un solo caso: se ad avventarsi per tempo sugli aggressori sono i grossi cani che proteggono gli agnelli. La vita delle pecore dipende dalla determinazione dei pastori maremmani, dal loro coraggio. Più è folta la presenza dei cagnoni guardiani, meno è probabile che il lupo si arrischi ad attaccare quel gregge.

Decisamente sorprendente, giusto un anno fa, la sortita oltre confine dei carri armati russi. Contrassegnati dalla Z, simbolo trinitario, e dalle insegne dell’Ordine di San Giorgio (per contrastare un lupo travestito da drago, o meglio: da agnello). Da allora, l’ovile europeo è entrato un’altra volta in fibrillazione panica: niente più gas a basso prezzo dalla Russia, niente più pace all’orizzonte. Stavolta i guardiani di quel gregge parlano slavo, mentre le tremanti pecore d’Europa – ancora e sempre – si limitano ad attendere di scoprire come finirà lo scontro. Nessuna protesta, finora. Solo belati.

GIORGIO CATTANEO

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