di Sara Chessa.

La corte londinese ha in vista forse l’ultima tappa del calvario processuale di Julian Assange. Il 20 maggio prossimo, a Londra, durante un’udienza di due ore, i giudici valuteranno la validità delle «rassicurazioni diplomatiche» fornite dagli Stati Uniti il 16 aprile circa il non ricorso alla pena di morte e la questione del Primo Emendamento.

Circa la pena di morte hanno affermato che non si ricorrerà ad essa (a loro basta tenerlo in carcere e sotto trattamenti inumani a vita, aggiungiamo).

In merito invece al Primo Emendamento, hanno portato una “non assicurazione” che, in quanto mera rassicurazione diplomatica, è debolissima. Hanno cioè affermato che negli Stati Uniti soltanto le corti di giustizia hanno la competenza per stabilire quando una persona possa usufruire delle tutele legate al Primo Emendamento e che, quindi, non possono assicurare che tali tutele verranno applicate nel caso di Assange. Tuttavia, possono garantire che Assange potrà “sollevare la questione” del Primo Emendamento quando sarà sotto processo lì negli Stati Uniti.

Il ché è assurdo. Perché? Perché qualunque persona sotto processo potrebbe “chiedere che vengano applicate le tutele di cui al Primo Emendamento”.  L’avvocato si alza in piedi e lo chiede. Questo non vuol dire che vengano necessariamente concesse. Anzi: c’è nella giustizia americana un precedente secondo cui il cittadino straniero che abbia operato all’estero non può usufruire delle tutele del Primo Emendamento.

Ergo, si sa già cosa risponderebbe il giudice se gli avvocati di Assange facessero la richiesta. Direbbe di no in ragione di quel precedente.

La speranza, quindi, è che la corte britannica il 20 Maggio non consideri valide queste debolissime rassicurazioni diplomatiche. Se le considererà valide (ma la decisione potrebbe non essere resa nota il giorno stesso), si potrebbe procedere subito con l’attuazione dell’ordine di estradizione.

 

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