Arrivano le navi di gas Usa, e l’UE entra nello schema di Ponzi del fracking

Navi gas

La narrativa dominante tratteggia con toni elegiaci l’arrivo in Europa, durante la settimana di Natale, di navi cariche di gas liquefatto americano. Le presenta come i cow boy, buoni per definizione, che ci salvano dal blackout e dalle grinfie della Russia brutta, cattiva ed intenzionata a strangolarci chiudendo il rubinetto del gas.

E’ una narrativa più falsa di una moneta da tre euro. Gli Stati Uniti lavorano da anni per costringere l’Unione Europea a tener su la loro assurda industria dello shale gas. Un’industria insostenibile dal punto di vista ecologico ed economico. E alla fine, pare, ora sono riusciti ad usare l’UE come puntello e soprattutto come soggetto pagatore.

Riassunto delle puntate precedenti. Subito prima di Natale, il prezzo del gas nell’UE, già molto alto, si è ulteriormente impennato (e con esso, quello dell’energia elettrica) per lo stop all’arrivo del gas russo via gasdotto Yamal. Il gas russo soddisfa circa il 40% delle necessità dell’UE.

La Commissione Europea non ama i contratti a lungo termine per la fornitura di gas: il colosso russo del gas, Gazprom, si sta limitando ad adempiere le sue obbligazioni derivanti dai vecchi contratti superstiti. Ma non fornisce altro, o semmai solo poco altro, in base a nuovi contratti brevi.

Di fronte alla violenta retorica antirussa dell’UE e di fronte alle sanzioni, la Russia dovrebbe forse mandare il gas e anche un mazzo di fiori?

Così – qui finisce il riassunto e comincia la cronaca – quando il gas ha raggiunto i 180 euro al MWh sono arrivate le navi americane cariche di gas liquefatto. Un anno fa il prezzo del gas era sui 18 euro. Se suona incredibile, controllare il grafico interattivo. Naturalmente, l’UE e i Governi nazionali non intervengono sulle cause del folle rincaro: così vuole il mercato, al quale essi come al solito lasciano fare.

Con l’arrivo dei cow boy statunitensi presunti salvatori, il prezzo del gas è sceso attorno ai 100-105 euro: cioè cinque o sei volte più dell’anno scorso. Ma sabato era Natale e sabato prossimo sarà Capodanno. Figurarsi la domanda – e i prezzi – quando le vacanze saranno finite.

Comunque questi prezzi ancora più che folli sono stati accolti, si direbbe, con grato stupore. E a questo punto si impongono due domande. Prima domanda: da dove esattamente viene il gas americano. Seconda domanda: perché non ce l’hanno mandato prima?, che oggettivamente siamo nelle peste già da un pezzo.

Il gas americano è shale gas. Gas di scisto, per dirlo in italiano. Significa che non viene da giacimenti convenzionali, che possiamo immaginare come sacche poste nel sottosuolo. E’ intrappolato in rocce porose. Per estrarlo, bisogna provocare esplosioni a catena nelle profondità della Terra con la tecnica del fracking, o fratturazione idraulica.

Il fracking comporta l’uso e l’inquinamento di enormi quantità d’acqua. La contaminazione delle falde sotterranee d’acqua che ci servirebbero per bere. La riduzione di sconfinate estensioni di terreno a qualcosa di simile alla superficie lunare. Il possibile innesco di terremoti.

Oltre agli insopportabili costi ecologici, ci sono i costi economici. Il fracking è caro e sta in piedi solo perché le società che lo effettuano riescono a prendere a prestito soldi sulla prospettiva dei profitti futuri. Una bolla finanziaria, insomma.  Uno schema di Ponzi che ha costantemente bisogno di nuovi allocchi: e ora ci siamo entrati anche noi.

E perché solo ora l’Europa l’Europa è stata arruolata nello schema di Ponzi? Il discorso ha a che fare col costo del trasporto del gas via nave. Il gas è – giustappunto – un gas. Per spedirlo attraverso l’Oceano Atlantico bisogna liquefarlo e caricarlo nei serbatoi di una nave. All’arrivo, bisogna rigassificarlo, cioè farlo tornare a gas.

Questo comporta una serie di operazioni energivore e molto, molto costose. Esse non sono necessarie per il gas recapitato via gasdotto come quello che l’UE riceve dalla Russia. Infatti una méta tipica del gas liquefatto americano è il Giappone: un arcipelago non raggiunto da gasdotti.

La differenza fra il prezzo del gas nell’UE e il prezzo del gas liquefatto in Asia chiarisce il concetto. In base ai Federal Reserve Economic Data in ottobre, data in cui si arrestano i grafici ora consultabili, il gas liquefatto costava in Asia 35 dollari statunitensi per MBTU. Contemporaneamente, in Europa il gas (stavolta non liquefatto) costava 27 dollari statunitensi al MBTU. L’unità di misura è diversa dagli euro per metro cubo o per MWh che siamo abituati ad usare in Europa, ma il senso resta: il gas europeo arrivato via gasdotto costa(va) molto, molto meno del gas liquefatto recapitato in Asia.

Da anni gli Stati Uniti cercano di intervenire su questo punto, che per loro rappresenta un grave problema.

Il primo tentativo risale al 2013-2014. Ci fu la guerra civile in Ucraina, allora: un Paese che – guardacaso – rappresenta un punto di passaggio quasi obbligato per i gasdotti dalla Russia all’Europa. In seguito alla guerra civile, ebbe luogo un cambio di regime: l’Ucraina, che prima guardava a Mosca, cominciò a guardare a Bruxelles. Victoria Nuland, alto funzionario statunitense allora incaricata degli affari europei, a Kiev distribuiva biscotti ai manifestanti filo UE.

Successivamente la crisi convinse la Russia a chiudere il gas all’Ucraina, col rischio di chiudere il gas anche all’UE. Victoria Nuland, intercettata al telefono, se ne uscì con un ineffabile fuck EU: si fotta l’Unione Europea. Per dire: la considerazione in cui ci tengono quelli che ci “salvano” con le loro navi cariche di gas.

Ora gli Stati Uniti sono riusciti a mandarci loro gas ecologicamente disastroso e finanziariamente barcollante soffiando un altro po’ sulla questione ucraina. L’UE è fresca di ingresso nel loro schema di Ponzi. Notoriamente, chi entra per ultimo finisce col cerino acceso in mano.

Nella fattispecie, non sarebbe tecnicamente possibile organizzare l’imponente traffico di navi gasiere americane necessarie per i bisogni di un’UE priva del gas russo; inoltre scatterebbe la concorrenza fra UE ed Asia per accaparrarsi al prezzo più alto il gas americano. Il prezzo del gas nell’UE salirebbe ancora e ancora. E forse anzi salirà davvero.

Traduzione: il vassallo UE resta in braghe di tela, e magari senza neanche quelle, nel più crudo dell’inverno. Lo Zio Sam, ovvio, intanto si frega le mani.

GIULIA BURGAZZI

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