Consumare collettivamente sulla pubblica piazza il salame e il bicchiere di vino portati da casa: gli aperitivi no pass sono un altro chiodo piantato nella bara dei bar, dei ristoranti e del turismo. Chiodi e martello sono impugnati dal Governo: dal primo febbraio, coloro che non sono vaccinati non possono entrare negli esercizi pubblici, dove per contro i cani sono di solito ammessi volentieri. Salvo supermercati e pochissimo altro, non possono entrare neanche nei negozi.

Così i “no vax”(che sarebbe meglio chiamare no Pfizer) si sono organizzati per banchettare insieme in piazza senza entrare negli esercizi pubblici. Corollario: gli esercizi pubblici, che sono in crisi nera a causa delle regole  Covid, non hanno incassato neanche una lira.

Venerdì 4 e l’altro ieri, sabato 5 febbraio, è stato tutto un fiorire di aperitivi no pass nei centri storici. Memorabile quello di Torino, con una lunga tavolata auto organizzata in piazza Vittorio. L’ha preceduto il giro in bici “Draghi pedala”. Il non benevolo pezzo di Repubblica parla di 500 persone: segno che con ogni probabilità erano ben di più. Puzze sotto il naso si percepiscono negli articoli relativi a Modena e Verbania. Ma ci sono stati aperitivi no pass fai-da-te anche a Livorno, Ostia eccetera. Il salame e il vino portati da casa non saranno come il buffet e lo Spritz del bar: ma quando non c’è scelta…

Gli esercizi pubblici difficilmente andranno in malora soltanto per gli aperitivi no pass. Certo stanno andando in malora per l’insieme delle regole governative, che riescono ad essere prive di qualsiasi logica specifica e scientifica. Tipico il caso del green pass base, ovvero tampone negativo, sufficiente agli stranieri con certificato di vaccinazione scaduto per entrare in bar, ristoranti e alberghi: mentre gli italiani  – la stragrandissima maggioranza, in un’epoca di viaggi complicati – devono esibire il certificato aggiornato di vaccinazione.

I numeri  della crisi del turismo sono da sudori freddi. Nel 2021, il fatturato è sceso dell’81% rispetto al 2019. Il 2020 – anno di Covid ma non di green pass – era stato migliore. E’ la consapevole distruzione creativa, ad opera del Governo, di un settore fatto di piccole e piccolissime imprese: a tutto vantaggio della grande ricchezza transnazionale. Che infatti, come un avvoltoio, sta facendo shopping fra blasonate macerie italiane. Lo dice perfino l’assessore al Turismo di Roma, che – come le altre città d’arte – è colpita in modo ancora più duro.

Con regole meno folli, il turismo si risveglierebbe dallo stato comatoso. Lo constata, seppure indirettamente, il quotidiano britannico Telegraph, che invita i connazionali – tradizionalmente vogliosi di sole –  a recarsi la prossima estate nell’algida Scandinavia e a disertare il tepore del Mediterraneo.

In Svezia non servono mascherine, i ragazzi non vaccinati non sono assolutamente un problema, non esistono le cervellotiche e rigide regole tipiche della Francia o dell’Italia, scrive in sostanza il Telegraph, aggiungendo che la Svezia è bellissima. Sarà, ma è anche un po’ frescolina, si potrebbe fondatamente obiettare. Eppure…

Oltre a bar, ristoranti e turismo, anche i negozi sono andati KO, mentre ingrassano le piattaforme per acquisti on line tipo Amazon. Strade deserte, nessuno che compra, fatturato a picco. E’ così dappertutto, in Italia. Ma dappertutto anche nel mondo? No.

La Svizzera invita gli italiani senza green pass – solo lombardi e anche piemontesi, per ragioni geografiche – a fare acquisti nei negozi del Canton Ticino. Per entrare e scegliere la merce basta la mascherina. Non risulta che in Svizzera siano morti tutti di Covid. Disgraziatamente gli svizzeri non in regola con le norme italiane non possono ricambiare spendendo preziosi denari nei negozi italiani. E dire che una volta calavano in massa a far shopping in Italia. I loro franchi facevano campare interi centri commerciali nella zona di Como.

GIULIA BURGAZZI

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