Ringraziamo Oval Media per aver tradotto e diffuso anche in Italia l’intervista di Multipolar al politologo ucraino-canadese Ivan Katchanovski, il quale ha concluso dopo importanti ricerche che la “Rivoluzione colorata” di Euromaidan a Kiev nel 2014, ossia l’origine della gravissima crisi ucraina in corso, fu pesantemente condizionata da cecchini che uccisero persone in piazza, non riconducibili alle forze dell’ordine controllate dall’allora presidente Yanukovic, bensì a forze coinvolte nella dinamica golpista. La riportiamo anche qui su Visione e sarà seguita da due articoli di Giulietto Chiesa del 2012 e del 2014. Per i nostri lettori diventerà estremamente interessante confrontare questa vicenda con le conclusioni che il grande giornalista traeva già allora dalla sua esperienza e dalla sua osservazione. In pratica: già nel 1990 in Lituania il manuale della rivoluzione prevedeva l’uso di cecchini per esasperare le tensioni, attribuire falsamente delle colpe e scatenare la russofobia. Lo schema era riconoscibile anni dopo anche nella dinamica Ucraina (oltre che in altri contesti), in un misto di polarizzazione atlantista del tema dei diritti umani, strumentalizzazione di tecniche di lotta nonviolenta e, per contro, brutale manipolazione violenta degli eventi. Sono tre articoli illuminanti in sequenza. Buona lettura!

(pino cabras)

 

«Il tribunale di Kiev lo ha confermato: i cecchini di Maidan hanno sparato dall’Hotel Ukraina»

Intervista a Ivan Katchanovski a cura di Stefan Korinth, Multipolar Magazin, 23 febbraio 2024.

Multipolar: Signor Katchanovski, in questi giorni di febbraio ricorre l’anniversario del massacro di Maidan del 20 febbraio 2014, del violento cambio di governo filo-occidentale a Kiev due giorni dopo e dell’invasione russa dell’Ucraina il 24 febbraio 2022. Quale linea politica conduce dagli eventi del febbraio 2014 alla guerra di otto anni dopo?

Katchanovski: Come ho scritto nel mio articolo open source pubblicato di recente su una rivista accademica, il massacro di Maidan ha portato al rovesciamento del governo filorusso di Viktor Yanukovych e ha dato il via a una guerra civile nel Donbas, all’intervento militare della Russia in Crimea e nel Donbas, all’annessione russa della Crimea e a un conflitto interstatale tra l’Occidente e la Russia e tra l’Ucraina e la Russia, che la Russia ha drasticamente inasprito lanciando la sua invasione illegale dell’Ucraina il 24 febbraio 2022. Non solo Putin, nella sua intervista a Tucker Carlson, ma anche Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, hanno dichiarato che il massacro di Maidan ha giocato un ruolo chiave nelle origini della guerra tra Russia e Ucraina,

Multipolar: La prego di riassumere brevemente come si è svolto l’omicidio di massa a Kiev il 20 febbraio. Chi sono state le vittime? Chi sono stati gli esecutori? Quali cifre e informazioni affidabili sono disponibili? Quali sono i risultati delle sue ricerche?

Katchanovski: Il massacro è iniziato con i cecchini del gruppo di estrema destra di Maidan che hanno violato l’accordo di cessate il fuoco e hanno ucciso 3 poliziotti Berkut e ferito 39 militari delle truppe interne durante le proteste la mattina del 20 febbraio. Sia i miei studi che il verdetto del processo per il massacro di Maidan mostrano che a seguito di questo attacco mortale, i poliziotti disarmati del Berkut e i membri delle truppe interne si sono rapidamente ritirati dalla piazza e gli attivisti di Maidan li hanno inseguiti, e un poliziotto è stato ucciso e due feriti da un attivista sempre di Maidan. Una compagnia speciale armata del Berkut è avanzata brevemente verso il centro delle proteste per assicurare la ritirata delle truppe interne. Nello stesso momento, gli attivisti di Maidan sono stati massacrati.

Il verdetto del processo affermava che:

“Il 20 febbraio 2014, 113 agenti delle forze dell’ordine sono stati feriti con vari gradi di gravità (percosse, commozioni cerebrali, fratture, avvelenamenti, ustioni), 4 dei quali sono morti a causa di ferite da arma da fuoco, e un totale di 63 agenti delle forze dell’ordine hanno ricevuto ferite da arma da fuoco. Anche 233 attivisti hanno riportato ferite di varia gravità, 49 dei quali sono morti, 48 dei quali a causa di ferite da arma da fuoco, e un totale di 172 attivisti ha ricevuto ferite da arma da fuoco”.

Il mio articolo pubblicato di recente su una rivista peer-reviewed, intitolato “Il ‘massacro dei cecchini’ sulla protesta di Maidan in Ucraina”, riassume i risultati dei miei studi come segue:

“I video sincronizzati, le testimonianze di diverse centinaia di testimoni, le confessioni di 14 membri auto-ammessi dei gruppi di cecchini del Maidan e le posizioni dei fori di proiettile mostrano che sia la polizia che i manifestanti sono stati massacrati dai cecchini del movimento Maidan situati in edifici e aree controllati dal Maidan stesso. L’analisi dei contenuti dei video sincronizzati ha rivelato che l’ora e la direzione specifica degli spari della compagnia speciale di polizia Berkut, incaricata del massacro, non coincidevano con l’uccisione di specifici manifestanti.

Le testimonianze della maggioranza assoluta dei manifestanti feriti e di circa 100 testimoni e gli esami forensi di esperti balistici e medici per il processo e l’indagine sul massacro di Maidan in Ucraina lo confermano. L’articolo dimostra che il massacro false-flag è stato razionalmente organizzato e realizzato con il coinvolgimento di elementi oligarchici e di estrema destra dell’opposizione di Maidan per rovesciare il governo in carica in Ucraina”.

Le prove schiaccianti che lo dimostrano al di là di ogni ragionevole dubbio sono presentate in questo e in altri due articoli di riviste peer-reviewed ad accesso libero, intitolati “The Maidan Massacre Trial and Investigation Revelations: Implicazioni per la guerra e le relazioni tra Ucraina e Russia” e ‘L’estrema destra, l’Euromaidan e il massacro di Maidan in Ucraina’, nei video allegati e nei miei due libri che saranno pubblicati quest’anno dalle principali case editrici accademiche occidentali.

Il bagno di sangue nel centro della città ha portato al ritiro della polizia.

Multipolar: Che impatto ha avuto il massacro sulla rimozione incostituzionale del presidente ucraino Viktor Yanukovych due giorni dopo?

Katchanovski: Il gruppo di Maidan, i governi occidentali e i media occidentali e ucraini hanno immediatamente incolpato Yanukovych, i cecchini del governo e il Berkut per il massacro dei manifestanti di Maidan. Il massacro ha portato il 20 febbraio al voto del Parlamento per il ritiro delle forze governative dal centro di Kiev e successivamente al voto per la destituzione dell’allora Presidente Yanukovych e del suo governo. Il voto per la sua destituzione ha violato la Costituzione ucraina e ha mancato i voti nonostante la manipolazione dei risultati del voto attraverso l’uso di schede di deputati assenti e nonostante il gruppo di estrema destra dei cecchini di Maidan abbia costretto molti deputati a votare.

Multipolar: Recentemente è stata emessa una sentenza del tribunale di Kiev in merito al massacro del 20 febbraio 2014. Ci spieghi: qual era l’accusa?

Katchanovski: La Procura Generale dell’Ucraina (GPU) ha accusato 5 membri della compagnia speciale di polizia Berkut di aver ucciso 48 manifestanti e di aver tentato di uccidere 80 manifestanti feriti il 20 febbraio 2014 e di averlo fatto con un attacco terroristico. Queste le accuse principali.

Multipolar: Su cosa ha indagato nello specifico il tribunale?

Katchanovski: Il tribunale ha esaminato solo le accuse contro 5 membri della compagnia speciale di polizia Berkut per il massacro degli attivisti di Maidan. Non ha indagato ed esaminato il massacro della polizia e non ha indagato ed esaminato il massacro dei cecchini di Maidan.

Multipolar: Quali sono stati i punti chiave del verdetto?

Katchanovski: Il verdetto ha confermato che molti attivisti di Maidan e giornalisti della BBC e della ARD TV sono stati colpiti non da membri della forza speciale di polizia ucraina Berkut o da altro personale delle forze dell’ordine, ma da cecchini nell’Hotel Ukraina, controllato dall’estrema destra Svoboda, e in altri luoghi controllati da Maidan. In particolare, si afferma che l’Hotel Ukraina era controllato dagli attivisti di Maidan e che un gruppo armato sempre di Maidan, legato all’estrema destra, si trovava nell’hotel e ha sparato da lì. Il verdetto giungeva alla “conclusione categorica che la mattina del 20 febbraio 2014, nei locali dell’Hotel Ukraina si trovavano persone armate che hanno sparato dei colpi”.

La sentenza del processo ha specificato che mancano le prove del coinvolgimento della polizia del Berkut e di altri “agenti delle forze dell’ordine” nell’uccisione di 9 e nel ferimento di 23 attivisti del Maidan e che le loro sparatorie da parte di “ignoti” “non possono essere escluse”. Il verdetto ha stabilito che almeno sei manifestanti, in particolare, sono stati uccisi e molti altri feriti dall’Hotel Ukraina, controllato dagli attivisti, e da altri luoghi controllati dal Maidan. Ha concluso che l’Euromaidan, al momento del massacro, non era una protesta pacifica ma “una ribellione” che ha comportato il massacro della polizia Berkut e l’attacco degli attivisti di Maidan.

Nessun ordine di sparare da parte di Yanukovych, nessun coinvolgimento russo

Il verdetto ha anche confermato le conclusioni dei miei studi, secondo cui non c’è stato alcun ordine di massacro da parte di Yanukovych o dei suoi ministri e non c’è stato alcun coinvolgimento russo nel massacro. In particolare, la sentenza ha stabilito che “la ‘traccia russa’ non è stata confermata dopo aver esaminato i documenti pertinenti, in particolare tutti i casi di attraversamento della zona di confine da parte di agenti dell’FSB in Ucraina, i loro spostamenti a Kiev e nella regione, i tempi e i luoghi di permanenza, nonché le date e le modalità di uscita dal territorio ucraino”, che “questo gruppo di persone è stato costantemente monitorato” e “di conseguenza, non ha avuto alcuna partecipazione” al massacro.

Due ufficiali del Berkut sono stati assolti dall’accusa di omicidio. Tre poliziotti del Berkut, scambiati su ordine di Zelensky con separatisti del Donbas, sono stati condannati in contumacia per l’omicidio di 36 manifestanti su 49 e il ferimento di 52 attivisti di Maidan su 172. La condanna si è basata su un unico esame forense falsificato e sulla responsabilità collettiva. Sulla stessa base, un comandante del Berkut è stato condannato per l’omicidio colposo di quattro manifestanti e il ferimento di altri otto, per aver presumibilmente ordinato ai suoi ufficiali di sparare indiscriminatamente durante l’evacuazione delle truppe interne da parte della compagnia del Berkut, e la sua successiva ritirata dopo che un ufficiale del Berkut è stato ucciso e un altro ferito.

Tutte le prove dimostrano che: Berkut non può aver sparato ai manifestanti”.

Questo particolare esame forense dei proiettili, intrapreso cinque anni dopo il massacro, ha ribaltato i risultati di circa 40 precedenti esami forensi dei proiettili, tra cui un esame computerizzato che ha dimostrato che i proiettili prelevati dai corpi dei manifestanti uccisi a Maidan non corrispondevano ai fucili d’assalto Berkut Kalashnikov. L’esame dei proiettili falsificato contraddice anche i video sincronizzati che mostrano chiaramente che gli agenti del Berkut non hanno sparato nei momenti specifici in cui quasi tutti gli attivisti di Maidan sono stati uccisi.

Contraddice anche le indagini in loco degli esperti governativi di balistica, che indicano le traiettorie dei proiettili provenienti dalle aree controllate dal Maidan; così come i risultati degli esami medico-legali che hanno determinato le traiettorie dei proiettili in base alle ferite delle vittime dall’alto, dalla schiena e dai fianchi; e le testimonianze della maggioranza assoluta dei manifestanti del Maidan feriti, e di diverse centinaia di testimoni dell’accusa e della difesa e di altri testimoni, riguardanti i cecchini nell’Hotel Ukraina e in altri luoghi controllati dal Maidan. Tutte queste prove dimostrano chiaramente che i poliziotti del Berkut non potevano fisicamente sparare a questi manifestanti, mentre in una piccola minoranza di altri casi mancano prove o sono contraddittorie.

Il verdetto è l’ammissione ufficiale di fatti che il governo continua a negare

Il verdetto del tribunale ucraino, insieme ai risultati dell’indagine della Procura Generale dell’Ucraina, significa l’ammissione ufficiale de facto anche da parte del sistema giudiziario, che manca di indipendenza, che almeno 10 dei 49 morti e 115 dei 172 feriti tra gli attivisti di Maidan sono stati colpiti il 20 febbraio 2014, non dal Berkut o da altre forze dell’ordine, ma dai cecchini del Maidan stesso provenienti dai luoghi controllati dal movimento di protesta. Anche l’indagine del governo ucraino ha ammesso che un manifestante morto e la metà degli attivisti di Maidan feriti non sono stati colpiti da settori controllati dal Berkut e quindi non ha incriminato nessuno per questi crimini, negando pubblicamente che ci fossero cecchini nei luoghi controllati da Maidan.

Lo strano ruolo dell’emittente ARD

Multipolar: Per i principali media tedeschi, il massacro di Maidan è sempre stato un argomento marginale – anche se il 20 febbraio 2014 i combattenti di Maidan hanno persino occupato una stanza dell’emittente televisiva tedesca “ZDF” nell’Hotel Ukraina e hanno sparato dalla finestra in direzione della zona della strage in via Institutska. Quando i media tedeschi hanno parlato del massacro, con un’unica eccezione (“Monitor”), è stata regolarmente diffusa la tesi che Yanukovych e Berkut fossero i responsabili, come se le vostre indagini e i vostri risultati sul crimine non esistessero. Qual è la situazione nei principali media in lingua inglese? È cambiata la visione del massacro negli ultimi dieci anni?

Katchanovski: Un lungo video della TV tedesca ARD è stato presentato prima come video anonimo al processo dagli avvocati delle vittime di Maidan, e solo pochi anni fa il tribunale ha dichiarato che si trattava del video di ARD. Un giornalista ucraino, scrivendo sui social media, ha affermato di aver girato quel video per la ARD, ma che quest’ultima si è rifiutata di mostrarlo interamente al processo per il massacro di Maidan in Ucraina, e che il video mostrato al processo è stato tagliato e privato dell’audio.

Il contenuto del video e le sue dichiarazioni indicano che il video è stato girato dalla stessa stanza dell’Hotel Ukraina affittata dal canale televisivo tedesco ZDF, in cui sono stati ripresi i cecchini del gruppo Maidan, legato all’estrema destra, mentre sparavano sui manifestanti di Maidan. Poiché questo video ha ripreso contemporaneamente l’uccisione e il ferimento di un gran numero di manifestanti e la posizione della polizia del Berkut, se fosse stato disponibile l’audio mancante degli spari, avrebbe potuto dimostrare che i momenti specifici degli spari contro determinati manifestanti coincidevano con il suono forte degli spari provenienti da questo hotel controllato da Maidan e non con il suono più lontano degli spari del Berkut dalla loro barricata.

Il verdetto afferma che due stanze dell’Hotel Ukraina sono state colpite dal lato del Conservatorio di Musica e dal vicino Ufficio Postale Principale e che questo era il territorio occupato dagli attivisti di Maidan. Ma ha omesso di dire che queste stanze sono state occupate dai giornalisti della TV tedesca ARD e che l’Ufficio Postale Principale era allora il quartier generale di Pravyj Sektor.

I media occidentali diffondono una falsa narrativa sul massacro”.

Con poche eccezioni degne di nota, i principali media in lingua inglese continuano a non parlare dei miei studi accademici, delle rivelazioni sui cecchini di Maidan durante il processo e dell’inchiesta sul massacro di Maidan in Ucraina e delle conferme del verdetto sui cecchini di Maidan. Il New York Times e altri importanti media occidentali hanno diffusa una falsa narrazione sul massacro di Maidan.

Due servizi della BBC che mostravano i cecchini del Maidan nell’Hotel Ukraina mentre sparavano alla troupe televisiva della BBC e ai manifestanti del Maidan sono state le uniche eccezioni degne di nota. Ma la BBC, come tutti gli altri grandi media occidentali, non ha riportato l’ammissione nell’inchiesta del governo ucraino secondo cui la stanza era occupata da uno dei leader del partito di estrema destra Svoboda e che la sentenza del processo per il massacro di Maidan ha dichiarato che il video della BBC di questa sparatoria rappresentava “dati documentati provenienti dall’edificio dell’Hotel Ukraina di Kiev, controllato dagli attivisti, sull’uso mirato da parte di questi ultimi di oggetti che, per le loro caratteristiche esterne, sono chiaramente simili ad armi da fuoco, armi del tipo di quelle da caccia”.

Questo deliberato oscuramento delle mie rivelazioni sul processo per il massacro di Maidan, del verdetto e dei miei studi accademici, avviene nonostante il verdetto del processo per il massacro di Maidan sia di quasi 1.000.000 di parole e la traduzione automatica in inglese dei relativi estratti sia disponibile pubblicamente, nonostante oltre 1.000.000 di visualizzazioni e download dei miei studi accademici sul massacro di Maidan e dei video allegati che mostrano i cecchini di Maidan, le testimonianze della maggioranza assoluta degli attivisti feriti e di oltre 150 testimoni oculari di tali cecchini, e nonostante i miei tweet virali al riguardo.

Inoltre, nel suo articolo sul sito neoconservatore Bulwark, l’opinionista Cathy Young ha travisato il verdetto, affermando falsamente che la polizia Berkut è responsabile dell’uccisione di 40 manifestanti su 48, e ha negato e “archiviato” evidentemente l’esistenza dei cecchini del Maidan e il coinvolgimento dell’estrema destra nel massacro del Maidan come una “teoria del complotto”. Ha definito i cecchini del Maidan nell’Hotel Ukraina “una teoria del complotto”, ha affermato falsamente che il verdetto non afferma che i manifestanti del Maidan sono stati colpiti da questo hotel e da altri luoghi controllati dal Maidan, e che il verdetto non smentisce il coinvolgimento dei cecchini russi.

Multipolar: Vladimir Putin ha recentemente affermato in un’intervista con Tucker Carlson che la CIA è responsabile del colpo di Stato a Kiev nel 2014. Quali sono le prove e gli indizi a sostegno di questa tesi?

Katchanovski: Nelle mie ricerche non ho trovato alcuna prova pubblicamente disponibile del coinvolgimento della CIA nel massacro di Maidan o nel rovesciamento violento del governo ucraino, e Putin non ha presentato alcuna prova di questo tipo. Ha falsamente affermato che si è trattato di “un colpo di Stato fascista” e che in Ucraina si è installato un “regime neonazista”.

Tuttavia, ci sono diverse prove che questo rovesciamento del governo rappresenti la tipica politica statunitense di “cambio di regime”. Due leader del partito di estrema destra Svoboda hanno dichiarato in interviste separate che un rappresentante del governo occidentale ha detto a loro e ad altri leader di Maidan, qualche settimana prima del massacro, che i governi occidentali si sarebbero rivoltati contro il governo di Yanukovych dopo che le vittime tra i manifestanti avessero raggiunto il numero di cento. I manifestanti uccisi sono stati chiamati I Cento Celesti subito dopo il massacro. Per portare il numero delle vittime a 100, sono stati inclusi anche i manifestanti e le persone che non si trovavano nemmeno sul Maidan e che sono morte per malattie o altre cause.

Gli Stati Uniti e gli altri governi occidentali, quasi immediatamente dopo il massacro di Maidan, hanno incolpato il governo di Yanukovych e le sue forze per questo omicidio di massa e hanno riconosciuto il nuovo governo di Maidan. Nel suo libro di memorie, Biden ha descritto di aver telefonato a Yanukovych “quando i suoi cecchini stavano assassinando cittadini ucraini a decine” per dirgli di “richiamare i suoi uomini armati e andarsene” e che “il presidente, caduto in disgrazia, è fuggito dall’Ucraina il giorno dopo”. Il 21 febbraio Yanukovych ha firmato un accordo con i leader dell’opposizione di Maidan e i rappresentanti di Francia, Germania e Polonia. Ma il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha dichiarato nella sua intervista alla CNN: “abbiamo mediato un accordo per la transizione del potere in Ucraina”.

Multipolar: Lei vive e lavora in Canada da oltre 20 anni. Lì c’è una grande comunità di esuli ucraini. Nel settembre 2023, il Parlamento canadese ha applaudito il veterano delle SS ucraine Yaroslav Hunko, invitato dal Primo Ministro Justin Trudeau e dall’allora Presidente del Parlamento Anthony Rota. Rota ha elogiato Hunko come “eroe canadese-ucraino” che ha combattuto contro “i russi” nella Seconda guerra mondiale. Poco dopo, Rota si è dimesso per lo scandalo e ha descritto l’invito e il tributo all’ex SS come un “errore”. Come spiega il verificarsi di un tale “errore”?

Katchanovski: I miei tweet virali basati sulla ricerca che identificano questo veterano della Seconda Guerra Mondiale come un veterano della Divisione SS Galizia e le mie interviste ai principali media canadesi hanno avuto un ruolo importante nel rendere pubblica questa storia. Non vedo alcuna prova che lo speaker del Parlamento canadese, il Primo Ministro del Canada e altri funzionari canadesi sapessero che stavano invitando e tributando una standing ovation al veterano ucraino della Divisione SS Galizia. Ma la propaganda durante la guerra russo-ucraina e l’occultamento dei neonazisti e dei collaborazionisti nazisti in Ucraina hanno contribuito a questa epica débacle.

Zelensky è un opportunista politico”

Multipolar: Anche il presidente ucraino Zelensky era presente quel giorno al parlamento canadese e ha applaudito Hunko. Come si spiega che un ucraino con radici ebraiche onori un ex SS?

Katchanovski: Non ci sono prove che Zelensky sapesse che stava tributando una standing ovation al veterano ucraino della Divisione SS Galizia. Ma la presentazione di questo veterano da parte dello speaker del parlamento canadese come combattente dei “russi” durante la Seconda Guerra Mondiale è stata sufficiente a chiunque dall’Ucraina, compreso Zelensky, per capire che questo veterano di guerra non poteva che essere un collaboratore dei nazisti.

Zelensky non ha comunque condannato o commentato pubblicamente questa disfatta, anche dopo che Putin ha presentato come prova a sostegno delle sue false affermazioni che l’Ucraina è uno Stato nazista o neonazista e per giustificare l’invasione illegale dell’Ucraina da parte della Russia. Zelensky non è ovviamente nazista o neonazista, ma è un opportunista politico e cerca di placare e integrare l’estrema destra, compresi i neonazisti dichiarati, che considerano le SS Galizia e altri collaboratori nazisti come eroi ucraini con il potere di rovesciare Zelensky.

Ivan Katchanovski, nato nel 1967, è originario dell’Ucraina occidentale e vive in Nord America da oltre 30 anni. Politologo, ha conseguito il dottorato nel 2002 presso la George Mason University di Fairfax (Virginia) e in seguito ha ricoperto incarichi di ricercatore e professore, tra gli altri, a Toronto e Harvard. Insegna presso la Scuola di studi politici dell’Università di Ottawa. Katchanovski si è specializzato sul tema dei conflitti violenti e sull’estremismo di destra in Ucraina. È autore di quattro libri, tra cui: “Cleft Countries – Regional Political Divisions and Cultures in Post-Soviet Ukraine and Moldova” e di 19 articoli in riviste accademiche. Per dieci anni ha raccolto e analizzato tutte le informazioni pubblicamente disponibili sul massacro di Maidan. La pubblicazione di due suoi libri su questo tema è prevista per il 2024.

 

Tratto da: https://www.oval.media/it/tribunale-di-kiev-confermato-cecchini-di-maidan-hotel-ukraina/

Originale qui: https://multipolar-magazin.de/artikel/katchanovski-maidan-snipers

 

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 «Come si abbattono i regimi»

di Giulietto Chiesa, Megachip, 18 febbraio 2012.

Raramente scrivo recensioni. In genere, quando non sono costretto a farlo da ragioni di convenienza, o per soddisfare le pretese di autori molto insistenti, scrivo di libri che mi piacciono, o che intendo proporre ad altri lettori perché li ritengo utili, o perché offrono angoli visuali originali.

In questo caso il libro in questione non mi è piaciuto per niente. Anzi l’ho trovato irritante. Il suo autore è sostanzialmente un poveraccio (intellettualmente parlando s’intende), che esce come un pulcino inzuppato di ideologia – intesa come falsa coscienza – dalla lavatrice del pensiero unico. Un esegeta, dunque, della Matrix in cui ha vissuto, del tutto incapace di vedere i suoi confini. Una specie di protagonista da “Truman show”, ma privato di ogni possibilità di redenzione.

Perché ne scrivo, dunque? Perché – come avrebbe detto Leonardo Sciascia – il contesto che rappresenta è straordinariamente interessante, ricco di informazioni su come si pensa, cosa si pensa, come si agisce nei centri della sovversione, quei posti dove vengono elaborate le vere strategie e tattiche rivoluzionarie dei tempi moderni. Tempi in cui, per essere precisi, le rivoluzioni le fa il Potere, non i rivoluzionari d’un tempo, non i mitici anarchici, non i popoli, non i partiti, non i soviet, o comunque si siano chiamati in passato, fino al secolo XX incluso.

E qui è subito opportuna una serie di notazioni non a margine. Forse utile per quei lettori che ancora pensano, appunto, con le categorie dei tempi andati; di quelli che, non essendosi aggiornati, non avendo fatto alcuno sforzo per capire quali cambiamenti sono intervenuti nei rapporti di forza, nelle dinamiche economiche e sociali, nei sistemi di informazione e comunicazione, nelle tecnologie della manipolazione, continuano ad applicare le teorie rivoluzionarie dell’epoca delle lotte di classe così come fu descritta, e creata, a partire dalla rivoluzione francese.

Ma queste note a margine, che sono la ragione vera per cui scrivo queste righe, potrebbero forse servire anche per coloro che rivoluzionari non sono, e non intendono essere, ma che semplicemente non hanno mai provato a cimentarsi intellettualmente con il problema del Potere. E, essendo totalmente impreparati a farlo, non sono capaci di capire come il Potere agisce per mantenere se stesso. Con quale ferocia, un Potere – ferocia tanto più grande quanto più grande è questo potere – usa gli strumenti dei quali dispone. Il Potere non è mai “dilettante”. E’ un mestiere. E agisce sempre per la vita o per la morte.

Ora gl’intellettuali sono spesso inclini a ragionare proiettando sugli altri la loro visione del mondo. Quando lo fanno sulle persone prive di potere commettono sempre dei guai, ma talvolta questi guai sono di secondaria importanza, perché le persone normali non hanno potere. Ma quando questa proiezione si esercita nei confronti del Potere, essa può divenire esiziale, sia per chi la fa (cioè per gl’intellettuali stessi), sia per chi ci crede, cioè per i lettori dei loro libri, dei loro scritti, dei loro articoli, delle loro conferenze.

Se dunque tu cercherai di descrivere una lotta politica del Potere contro i suoi antagonisti come se fosse una partita di scopone, probabilmente finirai male (soprattutto se sei dalla parte degli oppositori al Potere). Il quale non gioca a carte, se si sente in pericolo: liquida, squalifica, esclude, se necessario uccide. Questo dettaglio sfugge alla gran parte degl’intellettuali e a quasi tutti i giornalisti. Quelli, tra questi ultimi, cui non sfugge, di regola si mettono dalla parte del Potere e così smettono di giocare a carte anche loro. Gli altri, i maggiormente stupidi, continuano a giocare a carte, essendo spesso utili a impedire a tutti gli altri di capire cosa fa il Potere. Questo spiega perfettamente perché il libro di Gene Sharp è stato scritto: per loro.

Ovvio che con quelle categorie interpretative autoreferenti, non solo non si può vincere niente, ma non è più nemmeno possibile capire chi attacca e chi si difende, dov’è il campo di battaglia, chi sono i contendenti. Quando si discute con questi orfani della ragion politica non è difficile rendersi conto, per esempio, che questo vacuum quasi assoluto di analisi porta spesso costoro a pensare di essere all’offensiva su inesistenti tenzoni, mentre stanno subendo sconfitte clamorose nei campi reali dove la battaglia è in corso, ma dove loro non ci sono. Appunto perché sono altrove. I mulini a vento sono ciò che vedono questi Don Chisciotte modernissimi. La differenza tra loro e il loro prototipo consiste in un solo, enorme dettaglio. Quello della Mancia sognava per conto proprio. Questi sono stati ipnotizzati dal Potere, e vengono condotti per mano dove questo vuole.

Il libro è, in sostanza, la descrizione di come l’Impero, morente, diventa sovversivo per difendersi. E’ un manuale della “rivoluzione regressiva”: l’unica rivoluzione esistente, che segnerà gli ultimi decenni che precedono il crash finale di questo sistema. Il quale, non avendo più futuro, è costretto a pensare a ritroso. E lo fa utilizzando l’ultimo strumento che ha a disposizione: le tecnologie. E’ per questo che riesce ad apparire moderno agli occhi di milioni di giovani, che – immersi come sono nella Grande Piscina dei Sogni e delle Menzogne – non riescono a guardare “fuori” e a vedere la complessità della manipolazione cui sono soggetti.

L’autore si chiama Gene Sharp e non è un ragazzino, visto che è classe 1928. Come abbia vissuto fino ai giorni nostri è faccenda non misteriosa. Basta guardare su Wikipedia la sua modesta carriera di sovversivo.

In questa specialità emerge al termine di una lunga vita nell’ombra, pubblicando un libro il cui titolo originale – “From Dictatorship to Democracy” – richiama subito alla memoria Francis Fukuyama, quello della “fine della storia”. L’editore italiano è Chiarelettere, per altri aspetti benemerito, ma in questo caso completamente abbacinato anch’esso dall’ideologia imperiale.

I confini di Matrix, come sappiamo, sono vasti e appiccicosi. Nell’ultima di copertina l’editore italiano ci informa che Sharp “è ritenuto tra i principali ispiratori delle rivoluzioni che stanno sconvolgendo il mondo arabo”. Definizione riduttiva. In realtà Gene Sharp (diciamo la sua scuola di pensiero, sebbene chiamarla in questo modo faccia correre qualche brivido nella schiena) è l’ispiratore di tutte le esportazioni della democrazia americano-occidentale dell’ultimo trentennio. Di quelle innescate e vinte, come di quelle tentate e perse. E’ bene ricordarlo, perché nonostante il Potere sia l’unico rivoluzionario esistente, non è detto che le rivoluzioni che tenta le vinca tutte. Qualche volta le perde. Comunque Sharp è il profeta, appunto, delle “rivoluzioni regressive”. Per questo merita tutta l’attenzione da parte nostra, di noi che siamo le sue vittime, i suoi bersagli.

Lui, di sé, dice: “Ero a Tien an men quando i carri armati ci sono venuti addosso” (La Repubblica, 17 febbraio 2011). Capito dove stava? Forse era lui quel giovanotto che fermò la colonna dei carri armati sotto l’Hotel Pechino. A quanto pare fu dappertutto. C’era lui dovunque sorgessero le rivoluzioni, come i funghi, specie dopo il crollo dell’Unione Sovietica. Sicuramente Gene Sharp era anche quel rude picconatore che sgretolava a martellate il famoso Muro di Berlino. E’ stata la sua tavolozza a fornire i colori delle varie rivoluzioni del ventennio passato, da Belgrado a Tirana, a Pristina a Kiev, a Tbilisi. Quando Gene Sharp non era presente di persona, sembra di capire che “ispirava” da lontano.

Il libro risulta tradotto in quasi trenta lingue, sicuramente in arabo, in russo e in cinese. E si capisce il perché, leggendolo. Perché le centrali sovversive guardano già a Mosca e San Pietroburgo, a Pechino e Shanghai. Si capisce anche che contenga qualche contraddizione, come accade a tutti i bestsellers. La tesi centrale del libro è che ogni dittatura può essere abbattuta, “purché la ribellione nasca dall’interno”. Ovvero: purché sembri che essa nasca dall’interno.

Viene in mente subito la Libia. E, ai giorni nostri, la Siria, o anche la Russia.

Infatti Gene Sharp spiega subito che, per nascere dall’interno, se non ci arriva da sola, la ribellione, deve “essere ispirata” da qualcuno. Ecco: il libro di Sharp è un manuale per formare gli “ispiratori”. Per questo – ma Sharp non lo dice – è sufficiente avere molti soldi, a decine e centinaia di milioni. Infatti, queste ribellioni avvengono di regola – così è stato fino ad ora – nei luoghi dove i redditi sono bassi, più bassi, e dove il denaro è l’arma principale per “ispirare”. Senza questo “differenziale” di ricchezza, non c’è ispirazione che tenga. E il primo suggerimento da dare agl’ingenui che non conoscono il Potere è proprio quello di chiedersi: come mai gl’«ispirati» che Gene Sharp cerca sono tutti nei paesi che soffrono di quel differenziale?

Non sarà che, ad essere «ispirati», sono gl’intellettuali dei paesi più poveri? Con i proventi di quel differenziale si possono finanziare centinaia e migliaia di borse di studio, di grants per professori universitari, che accorreranno nelle università britanniche, americane, francesi, tedesche, nei think-tank occidentali, dove verranno educati in piena libertà ad amare solo i valori occidentali, e dove vedranno aprirsi autostrade per le loro carriere future. In patria dopo la vittoria, all’estero in caso di sconfitta. E’ così che si delinea il provvidenziale aiuto dall’esterno. C’è, per questo, e opera da decenni, una possente rete di istituzioni specificamente ad esso destinate, costruite, finanziate. Da “Giornalisti senza frontiere”, solo per fare qualche esempio, ai vari Carnegie Endowment for International Peace, agli Avaaz che raccolgono firme a tutto spiano, e che a volte sembrano davvero delle centrali missionarie, moralizzatrici, libertarie, ecologiche, verdi, comunque molto colorate. Ci sono, per questa bisogna, radio come Free Europe, Radio Liberty, Deutsche Welle e via elencando. Ci sono televisioni satellitari, una marea di siti web, che sono impinguate di piccoli eserciti di “ispiratori” dall’esterno, che trasmettono incessantemente, foraggiano, spingono, descrivono le lotte per i diritti umani, per la democrazia; che fissano le scadenze delle rivoluzioni, delle “primavere”, degli aneliti alla libertà d’impresa, al mercato.

Se, per esempio – com’è accaduto recentemente – il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite deve votare una risoluzione di condanna del governo siriano che troverà il veto di Russia e Cina, ecco che l’”ispirazione” giungerà puntuale a muovere tutti i media occidentali perché annuncino stragi in diverse città siriane. Mancheranno fonti attendibili e conferme, ma basterà per questo pubblicare i dati forniti da Avaaz, non si sa come raccolti, oppure quelli di Al Jazeera e di Al Arabiya, la cui attendibilità è ormai pari a quella della CNN, cioè uguale a zero. Non insisterei su tutti questi noiosi dettagli se non avessi assistito di persona alle modalità con cui sono state finanziate e organizzate le rivoluzioni colorate in Jugoslavia, in Ucraina, in Georgia, in Cecoslovacchia, e prima ancora con il meraviglioso prototipo di Solidarność in Polonia, che ebbe come “ispiratore” principale, sotto il profilo ideologico e finanziario, niente meno che il Vaticano del – per questo – beatificato Karol Wojtyła.

Operazioni che, nel centro d’Europa, continuano tutt’ora attorno all’”ultima dittatura”, quella di Aleksandr Lukašenko in Bielorussia, accerchiata dalle radio e dalle televisioni che, pagate dall’Unione Europea, trasmettono dai territori appena conquistati del Prebaltico e della Polonia.

Naturalmente – sarà opportuno ricordarlo per prevenire le geremiadi di coloro che mi accuseranno di sostenere i dittatori più o meno sanguinari – in molti di questi casi le repressioni sono esistite ed esistono. Naturalmente la corruzione e la palese assenza di democrazia di alcuni di quei regimi esistono e sono esistite. Naturalmente esistono e sono esistite forme di resistenza dei diritti umani che meritano tutta la nostra solidarietà. Esse esistono, combattono in condizioni impari contro un Potere che è più forte di loro. Ed è appunto su di esse che si esercita l’”ispirazione” di cui scrive Gene Sharp. Ed essa può fare conto sulla potenza sterminata del denaro, quando è sterminato; ma anche sull’ingenuità dei destinatari. I quali, costretti come sono sulla difensiva, sono straordinariamente penetrabili alle forme più sottili, più innocenti, più “giustificabili”, di corruzione. È appunto maneggiando questa trappola che agiscono gl’”ispiratori” come Gene Sharp e i finanziatori che sono appollaiati sulle sue spalle.

Dunque la prima cosa che occorre fare, per capire cosa è successo e succede in tutti i paesi che si trovano dalla parte bassa del differenziale di ricchezza, è osservare l’evoluzione che si verifica proprio nei movimenti di ribellione: cioè come essi sono prima della cura cui vengono sen’altro sottoposti dagl’”ispiratori”, e poi dopo. Questa analisi rivelerebbe curiose somiglianze tra la trasformazione che fu subita, per esempio, da movimenti come “Otpor”, a Belgrado e nella ex Jugoslavia, e la rinomata e ormai defunta “Rivoluzione Aarancione” in Ucraina. Si parte da qualche vecchio ciclostile, e si arriva con un contratto di insegnamento magari a Harvard. Resistere è difficile, per non dire impossibile. All’inizio sono “ispirazioni”, poi diventano ordini, ai quali è impossibile resistere. E più il differenziale è alto, più è facile trovare decine, poi centinaia, poi migliaia di sinceri, sincerissimi “ispirati”.

Hic Rhodus, hic salta. È qui che bisogna avere il coraggio e la forza di distinguere i diritti sacrosanti che vengono violati, dai profittatori politici esterni (o anche interni) che li utilizzano per fini di conquista. C’è un criterio abbastanza semplice per distinguere. Basta conoscere chi finanzia. Se, per esempio, ci sono buone ragioni per pensare che sia l’Arabia Saudita a comprare armi e a assoldare eserciti, ecco che si può stare certi che, appoggiando una data rivolta, non si lavora al servizio della democrazia e dei diritti, bensì si sostiene la barbarie e l’oppressione.

Ti mostreranno il contrario, naturalmente. È il loro mestiere. Lavorano per questo, ben pagati, 24 ore al giorno, tutti i giorni. Esempi preclari di questa circostanza sono l’UCK del Kosovo e la rivolta siriana. Nel primo caso fu un intero esercito a essere organizzato, finanziato, istruito, appoggiato da fiumi di denaro provenienti da Riyād, da Washington, da Berlino, dalla Nato. E non è un caso se il governo di Pristina che ne è emerso è un covo di criminali, le cui mani insanguinate vengono strette ora con calore a Bruxelles, in pieno ludibrio di ogni diritto umano e di ogni principio europeo di libertà e di rispetto dei diritti umani.

L’altro esempio è ora sotto i nostri occhi in Siria, dove l’evidenza mostra un intreccio complesso ma trasparente di aiuti esterni, ai ribelli provenienti da Israele, dalla Turchia, dall’Arabia Saudita, dagli Stati Uniti d’America. Non sono singole unità, sono centinaia, e poi migliaia di stipendi, di prebende, di consiglieri, di esperti. E poi, quando non bastassero i consigli e si dovesse fare ricorso alla forza, è la volta degli eserciti mercenari. E, quando essi vanno al potere e vincono, segue una lunga scia di sangue, di violenze, di vendette, di illegalità e di soprusi. E, dunque, si può essere certi che, in caso di caduta del regime di Bashar el-Assad, quello che verrà dopo non sarà certamente il trionfo della libertà e dei diritti umani. Si veda il caso, di nuovo, della Libia appena liberata dal “sanguinario” dittatore Gheddafi e in preda a masnade criminali che erano già tali prima che il conflitto cominciasse e che ora sono divenute padrone.

Insomma basta applicare l’antica regola del cui prodest. Che non è criterio certo al 100%, ma che funziona, in politica, quasi sempre. Ovviamente usando norme di cautela elementari, come quella di stare sempre attenti che gli organizzatori delle provocazioni le costruiscono sempre utilizzando alla rovescia proprio il principio del cui prodest. Così, quando vi capiterà di trovarvi di fronte a un attentato terroristico qualunque, basterà che analizziate bene – per disinnescarlo – il cui prodest che vi viene offerto su un piatto d’argento. Per esempio quando qualcuno assassinasse Vittorio Arrigoni, e voi sentiste da tutti i mass media, all’unisono, la rivendicazione di un non meglio identificato “gruppo salafita”, con tanto di sito internet e musichetta rivoluzionaria araba, dovreste immediatamente pensare che gl’ispiratori sono stati – faccio un esempio a caso – i servizi segreti israeliani.

L’edizione italiana di Gene Sharp mette in caratteri minori il titolo inglese e offre una nuova titolazione: “Come abbattere un regime”, e come sottotitolo offre un condensato ideologico da cento tonnellate di peso: “Manuale di liberazione non violenta”. Come non applaudire? Qui, sommersi nella melassa libertaria, si possono intravvedere diversi contenuti complementari. Il primo è chiarissimo: noi siamo la democrazia, la libertà e la verità. Dunque abbiamo il diritto, se non addirittura il dovere, si insufflarla sugli altri. Meglio se negli altri. Chiunque si opponga al trionfo dei nostri ideali è parte del “Male”.

I dittatori sono tutti brutti e cattivi, e sono tutti gli altri: quelli che contrastano il Bene. Chi non li combatte con sufficiente convinzione è un alleato del Male.

Perché esistano i dittatori, da dove vengano, come si siano formati, se abbiano qualche legittimità, se siano stati un prodotto della storia, chi li ha portati al potere, se siano stati nostri amici e alleati, se siano capi di stato o di governo riconosciuti dalle Nazioni Unite, se abbiano quindi diritti riconosciuti dalla comunità internazionale, se abbiano ragioni da rivendicare, di carattere storico o di emergenza, tutte queste sono questioni che non meritano di essere neppure prese in considerazione. Essi infatti sono “oppressori di popoli”. I quali popoli, ipso facto, vengono sussunti all’interno del nostro sistema di valori. Essi, cioè, hanno i nostri desideri, i nostri impulsi, i nostri bisogni, le nostre aspirazioni. La storia, le diverse storie dei popoli vengono, come per incanto, cancellate. E, come passo successivo immediato, occorre immaginare per loro conto quale dovrà essere la forma di governo che essi devono avere.

Il secondo contenuto implicito è questo: loro, i dittatori, sono violenti; noi, i democratici, dobbiamo essere non violenti. Purché, naturalmente, il dittatore non riesca a mantenere soggetto il suo popolo. Nel caso ci riesca, poiché noi abbiamo deciso che può farlo solo grazie alla violenza, allora saremo autorizzati a esercitare a nostra volta la violenza. O, per meglio dire, saremo autorizzati a “ispirare” l’uso della violenza da parte degli oppressi contro il “dittatore” che, nel frattempo avremo già definito “sanguinario”, autore di “massacri indiscriminati”. E, giovandoci del differenziale a nostro favore, incluso quello mediatico, saremo riusciti a far diventare dominante la nostra narrazione degli eventi in tutto il mondo esterno.

Dunque, se vi sarà violenza, questa sarà interamente da attribuire alla “sacrosanta” reazione popolare alla “repressione” del dittatore. S’intende che questa “sacrosanta” reazione popolare sarà armata e organizzata mediante il differenziale di armi, munizioni, organizzazione, informazione, tecnologia. Ma saranno comunque i pacifici manifestanti per la libertà a usare le armi contro il sanguinario dittatore e i suoi scherani. E i morti saranno tutti, indistintamente pacifici cittadini, la popolazione civile innocente. Va da sé, inutile ricordarlo, che effettivamente la popolazione civile morirà in grande quantità. L’essenziale è che i racconti e i filmati assegnino la responsabilità degli eccidi esclusivamente al dittatore sanguinario e ai suoi scherani. Che magari sono effettivamente scherani e sanguinari, ma che avranno la malasorte di essere considerati gli unici criminali che agiscono sul terreno.

Sarà utile non dimenticare che, mentre noi – che stiamo sulla parte alta del differenziale, e che leggiamo le cronache dalle nostre alture – applaudiremo alla rivolta pacifica dei popoli oppressi presi di mira dai dittatori efferati che abbiamo preso di mira, altri dittatori, proprio lì a fianco, insieme ai loro scherani sanguinari, saranno lasciati in piena tranquillità a opprimere i rispettivi popoli, godendo, nel fare ciò, del nostro più cordiale appoggio e sostegno. Questo dettaglio – lo ricordo di passaggio – viene sempre dimenticato dagl’intellettuali amanti dei diritti umani che ci stanno intorno e a fianco. E, se glielo fai ricordare, si irritano accusandoti di cambiare discorso. Infatti uscire dalla narrazione del mainstream significa, per loro “cambiare discorso”. E, a pensarci bene, per chi conosce solo la narrazione del mainstream, uscirne anche solo per un attimo significa cambiare discorso.

Ma procediamo oltre. A questo punto il paese astratto che stiamo considerando si trova già in piena guerra civile. Il movimento di protesta ha già ricevuto le necessarie istruzioni per l’uso per colpire i “talloni d’Achille” di quel determinato regime. Perché Gene Sharp sa perfettamente che ogni regime ha i suoi talloni d’Achille che, se bene individuati e colpiti, potranno farlo crollare di schianto. Da qualche parte, possibilmente in un paese confinante, si trova già un’avanguardia bene organizzata, bene collegata con l’interno, bene integrata con il sistema informativo occidentale, capace di usare al meglio i social networks (tutti sotto il controllo e la guida dei centri di analisi occidentali). Non sarà mica stato casuale se, all’inizio del 2011, poco dopo l’avvio della cosiddetta “primavera araba”, Obama e Hillary Clinton convocarono proprio i chief executive officers dei principali social network, di Google, Facebook, Yahoo and companies? Per la verità quest’ultima è una evoluzione tecnologica che Gene Sharp non include nel suo manuale. Il libro è stato scritto prima che essa diventasse utilizzabile su larga scala e, sotto questo profilo, appare datato.

Ma il manuale di Sharp ha un pregio indubbio, quello di aiutarci a capire bene i meccanismi tradizionali, quelli che sono stati usati negli ultimi decenni e che – si può essere certi – non usciranno di moda. Adesso in Siria, superata la fase dell’innesco della guerra civile, non c’è più nemmeno bisogno di fingere che, a combattere, siano solo i pacifici dimostranti armati oppositori del regime di Bashar el-Assad. Ora si dice apertamente che centinaia di agenti americani, sotto la guida di David Petraeus, attuale direttore della Cia, sono impegnati a reclutare, in Iraq, miliziani delle tribù di confine perché vadano a combattere in Siria. La stessa cosa avviene attraverso la frontiera turca, dove agiscono i contingenti militari provenienti da Bengasi di Libia, comandati dai leader fondamentalisti islamici che, con l’aiuto della Nato, hanno abbattuto il regime libico. E, dalla frontiera libanese, agiscono le bande del deputato di Beirut Jamal Jarrah, reclutatore di mercenari per conto dell’Arabia Saudita, uomo che fa da cerniera tra il principe Bandar, da un lato, e dall’altro – attraverso il nipote Ali Jarah – i servizi segreti israeliani.

Come dire: da un lato i dollari a camionate, dall’altro i migliori consiglieri militari e i più evoluti sistemi di intelligence di tutto il Medio Oriente. Si aggiungano le bande di commandos che già da mesi operano dentro i confini siriani, con l’obiettivo specifico di uccidere Bashar e i suoi più stretti collaboratori, di collocare bombe, di far saltare gli oleodotti.

Sarebbe evidente, il tutto, se i pubblici occidentali lo sapessero. Ma non lo sanno, perché la cronaca è scritta all’incontrario. E i “diritti umani” della popolazione siriana sono giù stati avvolti nello stesso sudario in cui è imbavagliata ogni verità. Ma gl’intellettuali occidentali, insieme ai giornalisti, e assieme a una certa dose omeopatica di pacifisti, credono di sapere. L’esistenza del sudario non riescono nemmeno a immaginarla. Sentenziano con l’aria di farci sapere che “a loro non la si fa”. Pensano di essere più intelligenti – avendo letto qualche romanzo giallo, o perfino avendolo scritto – dei professionisti che lavorano a tempo pieno per conto di un Potere che non sta giocando a carte.

Così, m’è venuto in mente, usando un altro gioco, di provare una mossa del cavallo. Cioè di andare a vedere, in retrospettiva, cosa avvenne, una ventina d’anni fa, in Lituania. Anche lassù, molto lontano dal Medio Oriente, ci fu un inizio di guerra civile, quando l’Unione Sovietica stava per crollare. I lituani volevano l’indipendenza, e avevano diritto di chiederla. C’era un genuino movimento popolare che si batteva per questo. Fu sufficiente un inizio. Poi tutto si concluse con la sconfitta dell’Impero del Male. Ci furono una ventina di morti a Vilnius, quando le truppe russe e il KGB occuparono la torre della televisione. L’accusa cadde su Gorbaciov, sui russi, i cattivi di turno, che furono accusati di avere sparato a sangue freddo sulla folla.

Quell’episodio è diventato il momento fondante della Repubblica indipendente di Lituania, ora uno dei 27 paesi dell’Unione Europea. Ma adesso sappiamo che tutta quella storia fu scritta da altre mani, ben diverse da quelle del “popolo lituano”.

Lo racconta ora Audrius Butkevičius, che divenne poi ministro della difesa della repubblica, e che, quel 15 gennaio 1991, organizzò la sparatoria.

Fu una operazione da servizi segreti, predisposta, a sangue freddo, con l’obiettivo di sollevare la popolazione contro gli occupanti.

Chiedo al lettore di sopportare la lunga citazione dell’intervista che venne pubblicata nel maggio-giugno 2000 dalla rivista “Obzor” e che è stata recentemente ripubblicata sul giornale lituano “Pensioner”. Sarà una fatica non inutile, perché coronata da una preziosa scoperta, che ci aiuterà a capire diverse cose del libro di cui stiamo parlando.

«Non posso giustificare il mio operato di fronte ai familiari delle vittime – dice Buzkiavicius, che allora aveva 31 anni – ma davanti alla storia io posso. Perché quei morti inflissero un doppio colpo violento contro due cruciali bastioni del potere sovietico, l’esercito e il KGB. Fu così che li screditammo. Lo dico chiaramente: sì, sono stato io a progettare tutto ciò che avvenne. Avevo lavorato a lungo all’Istituto Einstein, insieme al professor Gene Sharp, che allora si occupava di quella che veniva definita la difesa civile. In altri termini si occupava di guerra psicologica. Sì, io progettai il modo con cui porre in situazione difficile l’esercito russo, in una situazione così scomoda da costringere ogni ufficiale russo a vergognarsi. Fu guerra psicologica. In quel conflitto noi non avremmo potuto vincere con l’uso della forza. Questo lo avevamo molto chiaro. Per questo io feci in modo di trasferire la battaglia su un altro piano, quello del confronto psicologico. E vinsi».

Spararono dai tetti vicini, con fucili da caccia, sulla folla inerme. Come hanno fatto in Libia, come hanno fatto in Egitto, come stanno facendo in Siria.

Adesso avete capito. Gene Sharp era là, in spirito. Fu lui che insegnò a Buzkiavicius come vincere, “trasferendo la lotta sul piano psicologico”. Peccato che, lungo la strada, morirono 22 persone innocenti. Ma, “di fronte alla storia”, cosa pretenderanno i nostri difensori dei diritti umani?

Il libro di Sharp va dunque letto sotto un’altra luce. Ed è, sotto questa luce, un’opera geniale. E’ stato scritto proprio per le giovani generazioni, che sono ormai totalmente prive di ogni memoria storica, già omologate dalle televisioni, ora intrappolate nei social network, che non hanno mai fatto politica, che sono digiune di ogni forma di organizzazione. Per questo è scritto con sconcertante semplicità, per essere compreso da un ragazzo o una ragazza della scuola media: per introdurli nella lotta politica e psicologica rese possibili dai tempi moderni, ma in modo tale che siano strumenti non in grado di capire ciò che fanno e per chi lavoreranno. È un manuale per organizzare la “sovversione dall’interno”, di tutti i paesi “altri” rispetto all’America e all’Europa; per armare, con la “non violenza” le quinte colonne che devono far cadere tutti i regimi che sono esterni al “consenso washingtoniano”.

Questa operazione ha un solo “tallone d’Achille”. Che si potrebbe vedere, come fosse fosforescente, non appena si strappasse il tendaggio principale: l’assioma indiscutibile che “noi siamo la democrazia”. Perché capiremmo tutti che la ribellione “non violenta”, che suggerisce Sharp, può essere diretta contro i nostri oppressori “democratici”, che hanno trasformato la democrazia in una cerimonia manipolatoria e senza senso. Potremmo anche noi attuare tutti i suggerimenti di Sharp: dileggiare i funzionari del regime, fare marce, boicottare certi consumi, esercitare la non collaborazione generalizzata, attuare la disobbedienza civile.

In realtà, a ben pensarci, grazie professor Sharp, lo stiamo già facendo. Solo che non abbiamo, a sostenerci, i mercenari pagati con i denari dell’America. E possiamo anche noi citare, come fa Sharp, il deputato irlandese Charles Stewart Parnell (1846-1891): “Unitevi, rafforzate i deboli tra voi, organizzatevi in gruppi. E vincerete”.

Solo che questa nostra democrazia è molto più subdola delle dittature. E dobbiamo sapere che, quando cominceremo ad abbatterla, per costruirne una vera, magari tornando alla nostra Costituzione, non avremo nessun aiuto dall’esterno.

Tratto da: https://megachip.globalist.it/democrazia-nella-comunicazione/2014/02/22/come-si-abbattono-i-regimi/

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«Ucraina, come si fa un golpe ‘moderno’»

di Giulietto Chiesa, Il Fatto Quotidiano, 10 marzo 2014.

Nel mare magnum delle menzogne, delle imbecillità e, soprattutto, delle omissioni, viste e non viste (per la contraddition che nol consente) lette e non lette (idem come sopra), spiccano alcuni silenzi del mainstream occidentale. La signora Victoria Nuland, assistente del Segretario di Stato Usa, per esempio, ne ha fatte e dette di cotte e di crude in questi mesi. Parlando con il suo ambasciatore a Kiev, ben prima del rovesciamento del legittimo (quanto inviso) presidente Yanukovic, la signora Nuland decideva già la composizione del nuovo governo rivoluzionario che si sarebbe insediato a Kiev, dando indicazioni su chi si sarebbe dovuto includere o escludere.

Tutti i media europei s’indignarono molto per il finale di quella conversazione, elegantemente chiusa con un “fuck EU”, all’indirizzo degli alleati europei, a giudizio della Nuland non sempre completamente sdraiati a leccare i piedi di Washington. Nel grande scandalo, tuttavia, tutti dimenticarono di riferire, appunto, il resto di quella conversazione, che mostrava tutta intera la tracotanza dell’Amministrazione americana contro un paese sovrano. La Nuland già aveva venduto la pelle dell’orso: sapeva in anticipo come sarebbe finita.

Ma la signora Nuland – repetita iuvant – assistente del segretario di Stato Usa, aveva fatto di meglio nel dicembre scorso, quando – parlando al Press Center di Washington – aveva informato il colto e l’inclita che gli Stati Uniti “hanno investito cinque miliardi di dollari per dare all’Ucraina il futuro che merita. Una frase davvero storica, non solo per la cifra, ma per l’eccezionale assunzione di responsabilità: il futuro dell’Ucraina non è nelle mani degli ucraini, ma nelle mani dell’America. La quale decide qual è il futuro che l’Ucraina “merita”.

Come siano stati spesi quei denari non è difficile indovinare. In parte essi sono andati a rendere migliore il futuro di quelli che Maria Rozanova (la vedova del dissidente Andrej Siniavskij) definiva come i “figli del capitano Grant”, amabilmente giocando sul termine “grant”, che in inglese significa anche “stipendio”. Così, infatti, sono stati comprati centinaia, anzi migliaia, di docenti, ricercatori, funzionari pubblici, studenti dei paesi est-europei, di Ucraina, di Russia. Chi poteva resistere alla tentazione di moltiplicare per cento il proprio stipendio? Di visitare un ricco paese straniero? Di tornare in patria un po’ più benestante, magari con i soldi per un’auto occidentale? Certo, per poter tornare a godere di un tale privilegio si deve poi restituire qualche cosa. Questi programmi “culturali”, ben finanziati da decine di ricche fondazioni americane, hanno rappresentato il primo contingente di una grande offensiva politica. Così sono state create migliaia di “quinte colonne”, di propagandisti indefessi dell’”american way of life”. Analoghi metodi di reclutamento sono stati effettuati con i giornalisti, che potremmo definire moltiplicatori di propaganda. Lo si è visto con Otpor, in Jugoslavia, che fu artefice principale del rovesciamento “pacifico” di Slobodan Milosevic. Lo si è visto nella “rivoluzione arancione” che portò al potere in Ucraina Viktor Yushenko e la Iulia Timoshenko. Lo stesso tentativo è stato fatto ripetutamente in Russia, prima e dopo il crollo dell’Urss.

Sono cose note – per lo meno dovrebbero esserlo, sebbene troppi giornalisti le ignorino – che hanno costellato la storia degli ultimi trent’anni. Ma quello che vorrei qui ricordare è un evento storico, molto simile a quanto il ministro degli Esteri estone, Urmas Paet, ha raccontato a Catherine Ashton, capo della diplomazia europea. Paet avvertiva la Ashton che, secondo testimonianze che egli considerava attendibili, la mattanza del 20 febbraio in piazza Maidan sarebbe stata attuata non dalla polizia di Yanukovic, ma da cecchini piazzati sui tetti dall’”opposizione”. Leggendo le parole di quella telefonata assai riservata – rubata evidentemente da qualche servizio segreto che ha imparato le regole della Nsa – mi è venuta in mente la storia del dramma che avvenne a Vilnius, Lituania, il 15 gennaio 1991.

L’analogia è impressionante sotto ogni profilo. Sono andato a rivedere su Youtube come quel dramma viene descritto. Il titolo di un filmato dice così: “Le truppe sovietiche contro cittadini lituani disarmati a Vilnius”. Dunque alla storia è consegnata dal web, per sempre, la responsabilità sovietica per un massacro di civili. Quell’episodio è diventato addirittura il momento fondante della Repubblica indipendente di Lituania, ora membro della Nato e uno dei 28 paesi dell’Unione Europea. Ma adesso sappiamo che tutta quella storia fu scritta da altre mani, ben diverse da quelle del “popolo lituano”.

Raccontai questa scoperta,  il 18 febbraio 2012,  nella recensione al libro di Gene Sharp Come abbattere un regime, sottotitolo “Manuale di liberazione non violenta”. La scoperta mi fu squadernata dall’ex ministro della Difesa della Lituania, Audrius Butkevicius, l’organizzatore di una sparatoria che si trasformò in un massacro di civili.  Situazione quasi identica a quella della piazza Maidan di Kiev del 20 febbraio 2014. Qui cito il me stesso di quella recensione: “Fu una operazione da servizi segreti, predisposta, a sangue freddo, con l’obiettivo di sollevare la popolazione contro gli occupanti. Chiedo al lettore di sopportare la lunga citazione dell’intervista che venne pubblicata nel maggio-giugno 2000 dalla rivista Obzor e che è stata recentemente ripubblicata sul giornale lituano Pensioner. Sarà una fatica non inutile, perché coronata da una preziosa scoperta, che ci aiuterà a capire diverse cose del libro di cui stiamo parlando.

«Non posso giustificare il mio operato di fronte ai familiari delle vittime – dice Butkevicius, che allora aveva 31 anni – ma davanti alla storia io posso. Perché quei morti inflissero un doppio colpo violento contro due cruciali bastioni del potere sovietico, l’esercito e il KGB. Fu così che li screditammo. Lo dico chiaramente: sì, sono stato io a progettare tutto ciò che avvenne. Avevo lavorato a lungo all’Istituto Einstein, insieme al professor Gene Sharp, che allora si occupava di quella che veniva definita la difesa civile. In altri termini ci si occupava di guerra psicologica. Sì, io progettai il modo con cui porre in situazione difficile l’esercito russo, in una situazione così scomoda da costringere ogni ufficiale russo a vergognarsi. Fu guerra psicologica. In quel conflitto noi non avremmo potuto vincere con l’uso della forza. Questo lo avevamo molto chiaro. Per questo io feci in modo di trasferire la battaglia su un altro piano, quello del confronto psicologico. E vinsi».

Spararono dai tetti vicini, con fucili da caccia, sulla folla inerme. Come hanno fatto in Libia, come hanno fatto in Egitto, come stanno facendo in Siria.

Adesso avete capito. Gene Sharp era là, in spirito. Fu lui che insegnò a Butkevicius come vincere, “trasferendo la lotta sul piano psicologico”. Peccato che, lungo la strada, morirono 22 persone innocenti. Ma, “di fronte alla storia”, cosa pretenderanno i nostri difensori dei diritti umani?

Il libro di Sharp va dunque letto sotto un’altra luce. Ed è, sotto questa luce, un’opera geniale. E’ stato scritto proprio per le giovani generazioni, che sono ormai totalmente prive di ogni memoria storica, già omologate dalle televisioni, ora intrappolate nei social network, che non hanno mai fatto politica, che sono digiune di ogni forma di organizzazione. Per questo è scritto con sconcertante semplicità, per essere compreso da un ragazzo o una ragazza della scuola media: per introdurli nella lotta politica e psicologica rese possibili dai tempi moderni, ma in modo tale che siano strumenti non in grado di capire ciò che fanno e per chi lavoreranno. E’ un manuale per organizzare la “sovversione dall’interno”, di tutti i paesi “altri” rispetto all’America e all’Europa; per armare, con la “non violenza” le quinte colonne che devono far cadere tutti i regimi che sono esterni al “consenso washingtoniano”

Questi metodi sono stati dunque accuratamente preparati, e ripetutamente già sperimentati. Bisogna dire che, purtroppo, funzionano. E funzionano perché il grande pubblico non può neppure immaginare tanta astuzia e crudeltà. Funzionano perché i giornalisti sono troppo stupidi, o troppo corrotti per poter raccontare verità che non capiscono o che non vogliono capire e vedere. La signora Ashton non reagisce alla rivelazione di Urmas Paet. Non dice nulla.  Si presenterà ai giornalisti ripetendo che la responsabilità è tutta di Yanukovic. Il presidente Obama chiederà a Yanukovic di smetterla con la repressione. Fino a che Yanukovic cadrà. Come fece con Gheddafi, come si appresta a fare con Bashar Assad. Dove sta la differenza? Sta nel fatto che, fino al febbraio 2014, si erano abbattuti, con il manuale di Gene Sharp, i “dittatori violenti e sanguinari”, i regimi dei “paesi canaglia”. Adesso si fa di più e di meglio. Con gli stessi metodi si abbatte un governo e un presidente legittimamente eletti da un popolo. Quello ucraino temo sarà soltanto il primo di una serie. E milioni di cittadini dell’Occidente intero leggono – e credono – che l’aggressore è stato Vladimir Putin, il dittatore di turno da abbattere.

Sono i tempi in cui le rivoluzioni le fa il Potere.

Tratto da: https://www.ilfattoquotidiano.it/2014/03/10/ucraina-come-si-fa-un-golpe-moderno/907785/

 

 

 

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