Aggressioni a giornalisti ed esperti: anche il terrorismo mediatico è violenza e va fermato

«Individuare specifiche misure finalizzate a rafforzare la tutela dei giornalisti e di tutte le categorie più esposte a episodi di odio», queste le vaghe e imprecisate decisioni annunciate dalla ministra Lamorgese dopo aver presieduto al Viminale la riunione del Centro di coordinamento dell’attività di monitoraggio, analisi e scambio permanente di informazioni sul fenomeno degli atti intimidatori nei confronti dei giornalisti, dopo «l’intensificarsi degli attacchi sulla rete e i gravi atti di violenza che hanno riguardato alcuni cronisti nel corso di manifestazioni di protesta contro i provvedimenti del Governo per contenere la diffusione del Covid 19». Ne dà notizia il sito del ministero dell’Interno.

Gli episodi di violenza e di intimidazione di questi giorni non solo erano scontati ma vengono sfruttati ora come un pretesto per esacerbare la campagna di odio innescata proprio dal mondo politico e dai media mainstream. Perché per quanto il Sistema da mesi continui ad associare i “No vax” ai terroristi e ai criminali da “stanare” e “cacciare”, il clima di odio e disprezzo sociale è stato innescato e alimentato proprio dai media, ossia da quei giornalisti ed esperti prezzemolini che ora piagnucolano e chiedono provvedimenti o la tutela dello Stato. Ci troviamo di fronte a una forma di pensiero schizoide per cui la violenza viene condannata a senso unico e solo se proviene da coloro che si vogliono silenziare e costringere a sottoporre a vaccinazione.

Chi è oggetto di aggressioni e minacce va ovviamente protetto, ma non si può nemmeno tollerare che si continui con questo clima di terrorismo mediatico. Violento non è soltanto chi tira un pugno o assalta un gazebo, ma anche chi ripetutamente, insulta, semina odio, equipara milioni di cittadini a criminali, mafiosi o ai pazzi.

Già perché è bene ricordare che i media, gli “esperti” da salotto e molti esponenti politici hanno etichettato, deriso, oscurato, dileggiato, insultato coloro che hanno dei dubbi sulle vaccinazioni anti-Covid. Invece di cercare di dialogare, gli scettici del vaccino sono stati etichettati come complottisti, beoti, analfabeti funzionali, negazionisti, fascisti e infine No vax. Sono stati anche sottoposti a patologizzazione del dissenso – tecnica tipica dei totalitarismi – essendo stati equiparati ai pazzi, da curare. Sono stati chiamati “sorci” e gli è stato augurato di diventare una “poltiglia verde”. Questa non è violenza?

Vorrebbero farli andare in giro con un cartello appeso al collo, con un simbolo che qualifichi la loro “diversità”. Vorrebbero che non venissero curati in caso di ricovero ospedaliero, che si pagassero le cure e addirittura che venissero “torturati” . Un ex sindacalista ha evocato in TV la repressione sanguinaria di Bava Beccaris: tradotto, sparare sui manifestanti. Questa non è violenza?

È stata persino invocata la censura “costruttiva” per difendere la società dal contagio… delle loro idee.

Perché chi dissente dalla narrativa terapeutica, dal pensiero unico, è un “eretico” del nuovo millennio. E come gli eretici del passato, va perseguitato. Escluso dal dibattito pubblico, censurato, dileggiato, osteggiato, discriminato, ghettizzato. Trattato come un “paria”. Escluso dalla vita sociale, persino dal lavoro.

Ci troviamo di fronte alla dinamica classica del capro espiatorio. E che cosa alimenta questa dinamica?

La paura. Paura oggi alimentata dal terrorismo mediatico, dalla criminologia sanitaria, dalla propaganda bellica che equipara la pandemia a una guerra da combattere in modo da poter adottare qualunque misura estrema.

La paura è una delle tecniche auree dell’ingegneria sociale. Si induce una crisi o la si strumentalizza per portare avanti politiche che sarebbero altrimenti impopolari ma che la percezione dello shock legittima. In stato di paura, infatti, l’opinione pubblica si sente disorientata, smarrita, come il prigioniero vittima di tortura. La popolazione sotto la minaccia di pericolo o dopo un forte trauma, necessita di una guida in quanto ha “perso la bussola”, si sente paralizzata dal terrore al punto da accettare qualunque proposta o intervento provenga dall’alto.

Non solo, perché questo clima di disprezzo sociale, come ben osservato dallo storico e saggista Paolo Borgognone, sta portando al cosiddetto Effetto Sarajevo: si vuole innescare un conflitto sociale orizzontale tra cittadini e spingere gli scettici, per disperazione e per paura, a sottoporsi a vaccinazione. Non bastava la discriminazione, ora la macchina del fango vuole far sentire in colpa i cittadini non tesserati e costringerli a chinare la testa.

Questa forma di dispotismo tecno-sanitario si alimenta di paura e si autosostiene grazie alla creazione di una mitologia bellica, con i suoi eroi (medici, infermieri, ecc.), i cattivi (gli untori, i negazionisti, i No mask), le spie (i delatori), i dissidenti (che vanno censurati o addirittura internati e curati), i salvatori della patria (i governi), persino con l’imposizione dell’ordine – solitamente militare – del “coprifuoco”. E con la nascita del “nemico” si è scatenata anche la caccia alla “quinta colonna” di questo, “ai disertori”: i No vax. Come in passato, costoro vengono accusati dei peggiori crimini e cospirazioni, additati, discriminati e ghettizzati.

E chi ora segue passivamente la retorica mainstream, non si rende conto di essere una pedina del millenario gioco del Divide et Impera.

Enrica Perucchietti

vive e lavora a Torino come giornalista, scrittrice ed editor. È caporedattrice della Uno Editori e autrice di numerosi saggi di successo, tra cui ricordiamo: Fake news; Coronavirus. Il nemico invisibile

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