I giornali italiani danno l’ultimo addio al virologo francese Luc Montagnier, la cui scomparsa è ora definitivamente confermata, chiamandolo “idolo negazionista” (Il Giornale), “paladino dei no vax” (Corriere della Sera) e simili. Cantano proprio in coro. Repubblica ricorda che aveva ricevuto il premio Nobel per la medicina con lo scopo di inserire il fatto in una parabola. Sottinteso: discendente.

C’è una cosa che, meglio ancora della sua luminosa biografia scientifica, aiuta a comprendere il valore di Montagnier. Si chiama H-Index, o indice di Hirsch. E’ il numero che, in sostanza, misura quante volte le ricerche di uno studioso sono state citate all’interno di successive ricerche effettuate da altri studiosi. Praticamente, più l’H-Index è alto, più l’opera di uno studioso si è rivelata fondamentale.

Luc Montagnier aveva un H-Index pari a 78. I virostar nostrani che Corriere, Repubblica e altri giornaloni osannano un giorno sì e l’altro anche hanno H-Index ben più miseri. Per dire: Massimo Galli 56; Andrea Crisanti 60; Matteo Bassetti 57; Fabrizio Pregliasco 16.

Bassetti,  dal basso del suo H-index 57, pochi mesi fa ha omaggiato l’ormai novantenne Montagnier dell’epiteto “rincoglionito”, ricevendone in cambio una querela. Perché? Perché Montagnier, al contrario di virostar e giornaloni, cantava fuori dal coro. Diceva che i vaccini contro il Covid non funzionano: non proteggono dalla malattia. I fatti gli stanno dando abbondantemente ragione.

Insieme alla sua lucidità – chi non vorrebbe arrivare così a novant’anni? – giova ricordare almeno alcune delle benemerenze scientifiche di Montagnier.

Medico, oncologo, virologo, ricercatore; è stato direttore del dipartimento di Virologia dell’Istituto Pasteur e direttore di ricerca presso il CNRS, Centre National de la Recherche Scientifique. Il suo contributo fondamentale alla scoperta e all’isolamento del virus dell’AIDS lo ha portato a ricevere, nel 2008, il Nobel per la Medicina insieme ad altri due virologi.

Un Nobel, almeno per il momento, i virostar se lo possono sognare, così come i giornaloni che li portano in palmo di mano si possono sognare riconoscimenti paragonabili al premio Pulitzer. Cantare in coro, fare titoli pressoché uguali e semmai dare del rincoglionito non sono né giornalismo benfatto, né scienza.

GIULIA BURGAZZI

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