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Approfondimenti3 Luglio 2026

“Nuovo disordine mondiale”: La profezia censurata di Ratzinger.

Irene TrentinDi Irene Trentin·4 contenuti pubblicati
Analisi del Nuovo Ordine Mondiale: la profezia censurata di Ratzinger che ha svelato l'ingegneria sociale globale.
L'articolo analizza il saggio di Michel Schooyans, 'Il nuovo disordine mondiale', con prefazione di Joseph Ratzinger, evidenziando la sua critica al globalismo e alla manipolazione etica. Si discute anche della censura che ha portato il libro a diventare introvabile, sottolineando le implicazioni di un'ideologia totalitaria.
Punti chiave
  • Il libro di Schooyans è introvabile e criticato per il suo contenuto scomodo.
  • Ratzinger ha scritto una prefazione che denuncia il globalismo tecnocratico.
  • Il saggio analizza il cambiamento geopolitico post-Guerra Fredda.
  • Schooyans descrive l'agenda globalista come un inganno contro la civiltà tradizionale.
  • Il linguaggio è usato come strumento di controllo nella transizione verso il totalitarismo.
L'articolo

C’è un libro introvabile. Impossibile cercarlo in libreria, ordinarlo sui principali negozi online. Niente da fare. Scomparso. Esaurito presso l’editore da anni. A meno di prepararsi a un’estenuante caccia al tesoro o, nel migliore dei casi, a sborsare cifre che rivaleggiano con la quotazione dell’oro per, forse, l’unica copia usata rimasta, che viaggia a prezzi astronomici, nei circuiti dei collezionisti d’élite.

Si tratta di un saggio scomodo: Il nuovo disordine mondiale (Le nouveau désordre mondial). La grande trappola per ridurre il numero dei commensali alla tavola dell’umanità” del filosofo e teologo belga Michel Schooyans, pubblicato nel 2000 (San Paolo Edizioni), l’anno del Grande Giubileo. Perché a battezzarlo, con una prefazione che oggi si legge come un atto di denuncia contro il globalismo tecnocratico, fu l’allora cardinale Joseph Ratzinger.

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Un’analisi lucida e precisa della crisi imminente del Ventunesimo secolo. La profezia del “Nuovo Disordine Mondiale” che vediamo attuarsi sotto i nostri occhi. Ecco perché conviene condannarlo a un oblio programmato, che assomiglia piuttosto a una censura. In un’epoca di slogan fluidi e transumanesimo, la sua precisione intellettuale fa paura. È la voce di chi prefigura con quasi trent’anni di anticipo il crollo dell’Occidente.

Nel saggio, Schooyans, docente dell’università di Lovanio e membro della pontificia accademia delle Scienze sociali, analizza il cambiamento geopolitico successivo alla fine della Guerra Fredda. Il tramonto dei blocchi contrapposti non ha, però, portato la promessa pace universale, ma ha bensì spianato la strada verso un progetto di governance globale concentrata, impersonale e profondamente ideologica. C’è la denuncia dell’imposizione di un’agenda globalista che manipola l’etica, promuovendo il relativismo e cercando di ridurre la popolazione mondiale.

 

analisi nuovo ordine mondiale
Il nuovo disordine mondiale (Le nouveau désordre mondial). – Michel Schooyans,

 

Le grandi organizzazioni internazionali – a partire da alcune agenzie dell’Onu – si sono progressivamente trasformate, secondo l’autore, da sedi di dialogo tra nazioni sovrane a veri e propri laboratori di ingegneria sociale. Sotto la bandiera della tolleranza e dei “nuovi diritti”, si nasconde un’agenda volta a scardinare i pilastri della civiltà tradizionale: la famiglia naturale, la sovranità dei popoli e la sacralità della vita. Quello che viene spacciato per un “Nuovo Ordine” è, nei fatti, la codificazione di un “Nuovo Disordine Mondiale”, dove il diritto non si fonda più sulla verità oggettiva o sulla legge naturale, ma sulla forza dei consensi artificiali e degli interessi oligarchici.

Ecco perché le parole di Joseph Ratzinger, allora prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, sono come un timbro di ceralacca. E fa paura, tanto da far scattare la censura felpata, che ritira silenziosamente i libri dagli scaffali, ne blocca le ristampe, li rende introvabili. Il futuro papa cominciava smontando l’illusione del progresso scientista, quella religione secolare che ha sostituito Dio con i laboratori e la salvezza dell’anima con il passaporto sanitario o il credito sociale. Le radici di questa crisi affonderebbero nel periodo illuminista, quando la fede nel progresso ha sempre messo da parte l’escatologia cristiana, finendo di fatto per sostituirla completamente: «La promessa di felicità non è più legata all’aldilà, bensì a questo mondo.

Emblematico della tendenza dell’uomo moderno è l’atteggiamento di Albert Camus, il quale alle parole di Cristo “il mio regno non è di questo mondo” oppone con risolutezza l’affermazione “il mio

regno è di questo mondo”», sostiene il cardinale. Se la felicità è solo terrena, se la vita biologica diventa l’unico valore assoluto da preservare a ogni costo, allora la salute si trasforma in un culto e lo Stato rischia di diventare totalitario, arrogandosi il diritto di discriminare, isolare e punire. È proprio quello, ricorda ancora Ratzinger, che è accaduto con i regimi del XX secolo. Ma c’è una terza via, più sottile, più strisciante, che è quella che stiamo subendo oggi: quella dell’Organizzazione delle Nazioni Unite e delle oligarchie sovranazionali che gestiscono l’Agenda globale. Schooyans, nel libro, metteva a nudo la perversione delle grandi agenzie internazionali, passate dal compito di difendere i diritti umani a quello di pianificare l’ingegneria sociale su scala planetaria.

E il futuro papa, con la lucidità del grande teologo, vidimava questo atto d’accusa descrivendo la nascita di una nuova morale globale, cinica e disumana. In sintesi, sembra di leggere la descrizione del Great Reset, delle transizioni green, dell’ideologia malthusiana che considera l’uomo solo come un parassita da eradicare. Schooyans analizza come l’Onu e le sue ramificazioni stiano tentando di creare un «Governo Mondiale», fondato non più sul diritto naturale e sulla giustizia, ma sul consenso forzato di commissioni di esperti non eletti da nessuno.

Ratzinger scriveva, infatti, che questo nuovo sistema «non si aspetta più che gli uomini, abituatisi oramai alla ricchezza e al benessere, siano pronti a fare i sacrifici necessari per raggiungere un benessere generale, bensì propone delle strategie per ridurre il numero dei commensali alla tavola dell’umanità, affinché non venga intaccata la pretesa felicità che taluni hanno raggiunto». Ecco svelato l’arcano. I “commensali alla tavola dell’umanità” vanno ridotti.

Non siamo troppi, dicono i padroni del vapore, siamo solo un costo fisso biologico da tagliare. L’aborto come diritto umano fondamentale, l’eutanasia come servizio pubblico, la sterilizzazione di massa mascherata da pianificazione familiare, la transizione di genere promossa fin dall’infanzia per sterilizzare le nuove generazioni. Siamo alla genesi di quella «dittatura del relativismo», consacrata da Ratzinger nella Missa pro eligendo romano pontifice, nel 2005, «che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie». Una dittatura che oggi si manifesta nel feticismo delle “linee guida” dell’Oms, nei diktat della Commissione europea, nei dogmi imposti dai colossi di BlackRock e Vanguard Group. Diritti che ieri erano inalienabili – come il diritto al lavoro, alla libera circolazione, alla sacralità del proprio corpo – oggi diventano concessioni governative, revocabili con un clic su un’applicazione dello smartphone, se non ci si adegua all’ortodossia del momento. E lo strumento principale di questa transizione verso il totalitarismo soft è il linguaggio. La neolingua orwelliana.

Schooyans e Ratzinger lo avevano capito con un quarto di secolo di anticipo. Se si cambia il significato delle parole, si cambia il modo di pensare. Questo saggio è un invito a non inginocchiarsi davanti al “Nuovo Disordine Mondiale” che promette la pace ma produce la guerra, promette la libertà ma riduce in schiavitù, promette la verità ma diffonde la menzogna. È scomparso dalle librerie perché è un manuale di decodifica della realtà: testimonia che l’agenda che stiamo vivendo non nasce dall’emergenza del momento, ma da una pianificazione ideologica a lungo termine. Il libro è scomparso dagli scaffali, ma la verità non può essere censurata: «È chiaro che la storia non deve mai essere semplicemente ridotta al silenzio: non è possibile, non è permesso ridurre al silenzio la

libertà. È l’illusione delle utopie». Così scriveva il futuro papa Benedetto XVI, nel 1997. Qualche anno dopo, l’11 febbraio 2013, la sua rinuncia al soglio pontificio. L’evento più dirompente ed inedito della storia contemporanea della Chiesa.

 

analisi nuovo ordine mondiale
Benedetto: il Papa che si dimise dal papato – BBC News

 

Prefazione di Joseph Ratzinger a “Il nuovo disordine mondiale. La grande trappola per ridurre il numero dei commensali alla tavola dell’umanità” di Michel Schooyans (Edizioni San Paolo, 2000)

Sin dagli inizi dell’Illuminismo, la fede nel progresso ha sempre messo da parte l’escatologia cristiana, finendo di fatto per sostituirla completamente.

La promessa di felicità non è più legata all’aldilà, bensì a questo mondo. Emblematico della tendenza dell’uomo moderno è l’atteggiamento di Albert Camus, il quale alle parole di Cristo “il mio regno non è di questo mondo” oppone con risolutezza l’affermazione “il mio regno è di questo mondo”.

Nel XIX secolo, la fede nel progresso era ancora un generico ottimismo che si aspettava dalla marcia trionfale delle scienze un progressivo miglioramento della condizione del mondo e l’approssimarsi, sempre più incalzante, di una specie di paradiso; nel XX secolo, questa stessa fede ha assunto una connotazione politica.

Da una parte, ci sono stati i sistemi di orientamento marxista che promettevano all’uomo di raggiungere il regno desiderato tramite la politica proposta dalla loro ideologia: un tentativo che è fallito in maniera clamorosa. Dall’altra, ci sono i tentativi di costruire il futuro attingendo, in maniera più o meno profonda, alle fonti delle tradizioni liberali.

Questi tentativi stanno assumendo una configurazione sempre più definita, che va sotto il nome di Nuovo Ordine Mondiale; trovano espressione sempre più evidente nell’ONU e nelle sue Conferenze internazionali, in particolare quelle del Cairo e di Pechino, che nelle loro proposte di vie per arrivare a condizioni di vita diverse, lasciano trasparire una vera e propria filosofia dell’uomo nuovo e del mondo nuovo.

Una filosofia di questo tipo non ha più la carica utopica che caratterizzava il sogno marxista; essa è al contrario molto realistica, in quanto fissa i limiti del benessere, ricercato a partire dai limiti dei mezzi disponibili per raggiungerlo e raccomanda, per esempio, senza per questo cercare di giustificarsi, di non preoccuparsi della cura di coloro che non sono più produttivi o che non possono più sperare in una determinata qualità della vita. Questa filosofia, inoltre, non si aspetta più che gli uomini, abituatisi oramai alla ricchezza e al benessere, siano pronti a fare i sacrifici necessari per raggiungere un benessere generale, bensì propone delle strategie per ridurre il numero dei commensali alla tavola dell’umanità, affinché non venga intaccata la pretesa felicità che taluni hanno raggiunto. La peculiarità di questa nuova antropologia, che dovrebbe costituire la base del Nuovo Ordine Mondiale, diventa palese soprattutto nell’immagine della donna, nell’ideologia dell’“Women’s empowerment”, nata dalla conferenza di Pechino. Scopo di questa ideologia è l’autorealizzazione della donna: principali ostacoli che si frappongono tra lei e la sua autorealizzazione sono però la famiglia e la maternità. Per questo, la donna deve essere liberata, in modo particolare, da ciò che la caratterizza, vale a dire dalla sua specificità femminile. Quest’ultima viene

chiamata ad annullarsi di fronte ad una “Gender equity and equality”, di fronte ad un essere umano indistinto ed uniforme, nella vita del quale la sessualità non ha altro senso se non quello di una droga voluttuosa, di cui sì può far uso senza alcun criterio. Nella paura della maternità che si è impadronita di una gran parte dei nostri contemporanei entra sicuramente in gioco anche qualcosa di ancora più profondo: l’altro è sempre, in fin dei conti, un antagonista che ci priva di una parte di vita, una minaccia per il nostro io e per il nostro libero sviluppo. Al giorno d’oggi, non esiste più una “filosofia dell’amore”, bensì solamente una “filosofia dell’egoismo”. Il fatto che ognuno di noi possa arricchirsi semplicemente nel dono di se stesso, che possa ritrovarsi proprio a partire dall’altro e attraverso l’essere per l’altro, tutto ciò viene rifiutato come un’illusione idealista. E proprio in questo che l’uomo viene ingannato. In effetti, nel momento in cui gli viene sconsigliato di amare, gli viene sconsigliato, in ultima analisi, di essere uomo. Per questo motivo, a questo punto dello sviluppo della nuova immagine di un mondo nuovo, il cristiano – non solo lui, ma comunque lui prima di altri – ha il dovere di protestare. Bisogna ringraziare Michel Schooyans per aver energicamente dato voce, in questo libro, alla necessaria protesta. Schooyans ci mostra come la concezione dei diritti dell’uomo che caratterizza l’epoca moderna, e che è così importante e così positiva sotto numerosi aspetti, risenta sin dalla sua nascita del fatto di essere fondata unicamente sull’uomo e di conseguenza sulla sua capacità e volontà di far sì che questi diritti vengano universalmente riconosciuti.

All’inizio, il riflesso della luminosa immagine cristiana dell’uomo ha protetto l’universalità dei diritti; ora, man mano che questa immagine viene meno, nascono nuovi interrogativi. Come possono essere rispettati e promossi i diritti dei più poveri quando il nostro concetto di uomo si fonda così spesso, come dice l’autore, “sulla gelosia, l’angoscia, la paura e persino l’odio”? “Come può un’ideologia lugubre, che raccomanda la sterilizzazione, l’aborto, la contraccezione sistematica e persino l’eutanasia come prezzo di un pansessualismo sfrenato, restituire agli uomini la gioia di vivere e la gioia di amare?” (capitolo VI). È a questo punto che deve emergere chiaramente ciò che di positivo il cristiano può offrire nella lotta per la storia futura. Non è infatti sufficiente che egli opponga l’escatologia all’ideologia che è alla base delle costruzioni “postmoderne” dell’avvenire. È ovvio che deve fare anche questo, e deve farlo in maniera risoluta: a questo riguardo, infatti, la voce dei cristiani si è fatta negli ultimi decenni sicuramente troppo debole e troppo timida. L’uomo, nella sua vita terrena, è “una canna al vento” che rimane priva di significato se distoglie lo sguardo dalla vita eterna. Lo stesso vale per la storia nel complesso. In questo senso, il richiamo alla vita eterna, se fatto in maniera corretta, non si presenta mai come una fuga. Esso dà semplicemente all’esistenza terrena la sua responsabilità, la sua grandezza e la sua dignità. Tuttavia, queste ripercussioni sul “significato della vita terrena” devono essere articolate.

È chiaro che la storia non deve mai essere semplicemente ridotta al silenzio: non è possibile, non è permesso ridurre al silenzio la libertà. È l’illusione delle utopie. Non si può imporre al domani modelli di oggi, che domani saranno i modelli di ieri. È tuttavia necessario gettare le basi di un cammino verso il futuro, di un superamento comune delle nuove sfide lanciate dalla storia. Nella seconda e terza parte del suo libro, Michel Schooyans fa proprio questo: in contrasto con la nuova antropologia, propone innanzitutto i tratti fondamentali dell’immagine cristiana dell’uomo, per applicarli poi in maniera concreta ai grandi problemi del futuro ordine mondiale (in modo particolare nei capitoli X-XII). Fornisce in questo modo un contenuto concreto, politicamente realistico e realizzabile, all’idea, così spesso espressa dal Papa (Giovanni Paolo II), di una “civiltà dell’amore”. Per questo, il libro di Michel Schooyans entra nel vivo delle grandi sfide del presente momento storico con vivacità e grande competenza. C’è da sperare che molte persone di diversi orientamenti lo leggano, che esso susciti una vivace discussione, contribuendo in questo modo a preparare il futuro sulla base di modelli degni della dignità dell’uomo e capaci di assicurare anche la dignità di coloro che non sono in grado di difendersi da soli.

Roma, 25 aprile 1997

Joseph Card. Ratzinger

Irene Trentin
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Irene Trentin
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