Ventiquattro anni dopo l’11 settembre, viviamo ancora dentro lo schema inaugurato quel giorno: emergenza, paura e leggi liberticide. Dalla “guerra al terrorismo” alla pandemia, lo shock è diventato il metodo con cui le élite riscrivono le regole, restringono i diritti e consolidano il controllo globale, come spiega Enrica Perucchietti in Dietro le quinte.

Ventiquattro anni dopo l'11 settembre, la società contemporanea si trova ancora a fare i conti con le conseguenze di un evento che ha segnato un cambiamento epocale nel panorama geopolitico e sociale. L'attacco alle Torri Gemelle e al Pentagono ha inaugurato un paradigma basato sulla paura e sul controllo, un meccanismo che ha permesso l'introduzione di leggi liberticide e la legittimazione di conflitti prolungati. Questo schema, definito da alcuni come una "strategia della tensione 2.0", si è rivelato efficace nel disorientare l'opinione pubblica e nel giustificare misure drastiche in nome della sicurezza.
La paura, come strumento di ingegneria sociale, ha dimostrato di essere una tecnica potente per manipolare le masse. In momenti di crisi, la popolazione tende a cercare una guida, accettando provvedimenti che, in condizioni normali, sarebbero stati inaccettabili. Le indagini condotte subito dopo l'11 settembre rivelarono che una vasta parte della popolazione americana soffriva di stress post-traumatico, creando un terreno fertile per la legittimazione della cosiddetta "guerra al terrorismo". In questo contesto, la guerra preventiva in Afghanistan e in Iraq ha sancito la dottrina dell'eccezione permanente, in cui la sicurezza ha preso il posto della libertà.
Il concetto di "capitalismo dei disastri" emerge come un elemento centrale di questo paradigma, in cui le crisi vengono sfruttate per giustificare manovre impopolari e per consolidare il potere delle élite. L'introduzione del Patriot Act, che ha ampliato le capacità di sorveglianza del governo, è un esempio lampante di come la paura possa essere utilizzata per giustificare la violazione dei diritti civili. La logica della sorveglianza di massa, già avviata dopo l'11 settembre, ha trovato una nuova applicazione durante la pandemia, trasformando il cittadino in un soggetto controllato e isolato.
La pandemia di Covid-19 ha replicato il modello di gestione delle crisi, inducendo una percezione di minaccia globale e giustificando la sospensione delle libertà individuali. La scelta tra salute e libertà, presentata come un dilemma, ha in realtà mascherato un processo di digitalizzazione forzata e di controllo sociale che sembra non avere ritorno. La trasformazione dell'individuo da "animale sociale" a "animale virtuale" ha portato a un'erosione delle relazioni umane e a una vita ridotta a una mera sopravvivenza biologica.
In questo contesto, la vera eredità dell'11 settembre non risiede nelle macerie delle Torri Gemelle, ma nel modello di governo che ha preso piede da allora. La continua emergenza e la guerra permanente rappresentano un ciclo che, se non riconosciuto e spezzato, porterà a un'ulteriore erosione delle libertà civili. La sfida attuale è comprendere questo meccanismo e trovare il coraggio di affrontare la paura, prima che nuovi eventi giustifichino ulteriori restrizioni e controlli.
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