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Guerra e Verità26 Maggio 2025

Contro la rimozione politica della Palestina: parole, nomi e verità che disturbano i complici

Pino CabrasDi Pino Cabras·617 contenuti pubblicati
Pino Cabras analizza il suo libro 'Contro il Sionismo Reale', evidenziando l'ignoranza della grande stampa sul genocidio palestinese. Si discute anche dell'ipocrisia politica e della necessità di una memoria politicizzata per la causa palestinese.
Punti chiave
  • Il libro di Cabras denuncia il genocidio palestinese ignorato dai media.
  • L'esercito israeliano usa prigionieri palestinesi come scudi umani.
  • Il Partito Democratico mostra ipocrisia con manifestazioni tardive su Gaza.
  • Critiche alla campagna di commemorazione che evita di nominare Israele.
  • Serve una presa di coscienza contro il Sionismo Reale e la manipolazione.
L'articolo

di Pino Cabras.

Posso fare un piccolo bilancio del mio libro Contro il “Sionismo Reale” (Visione Editore), già arrivato alla prima ristampa. Ho tenuto decine di presentazioni in tutta Italia, molte promosse dalle sezioni di Democrazia Sovrana Popolare, tutte con un’ottima partecipazione, e altre decine sono in programma nei prossimi mesi. Eppure, nonostante il saggio denunciasse fin da subito il genocidio in corso, è stato completamente ignorato dalla grande stampa — figurarsi dai partiti. È stato invece preso più sul serio dai troll filo-israeliani che infestano i social, impegnati in una guerriglia comunicativa che prevede una crescente pressione e vani tentativi di intimidazioni e calunnie, funzionali alle porcate dei maggiorenti israeliani (come le accuse di “antisemitismo”: che non attaccano, con chi – come me – è solidamente antirazzista).
Ora le prove del genocidio stanno arrivando a investire anche chi ha fatto di tutto per cancellarle. L’argomento non è più confinato alla nostra caparbietà narrativa: diventa mainstream. I comportamenti delle forze armate israeliane, che ricalcano i metodi di una soldataglia nazista imbevuta di razzismo e disumanizzazione del nemico, iniziano a diventare una macchia che qualcuno non vuole più portarsi addosso in modo indelebile.
Prendete l’ultima notizia rilevante da Gaza, ormai diffusa anche dai media generalisti: l’esercito israeliano (IDF) sta facendo largo uso di prigionieri palestinesi, spesso catturati a caso per strada — chiamati in gergo militare shawish o “schiavi” — costretti a entrare per primi in abitazioni, ospedali e tunnel per “bonificarli”, fungendo di fatto da scudi umani. Una prassi denunciata da numerosi testimoni e documentata da Associated Press, che smentisce le versioni ufficiali dell’IDF. Questo metodo contraddice in modo flagrante la narrativa propagandistica secondo cui la responsabilità delle stragi civili ricadrebbe sulla resistenza palestinese, accusata proprio di usare i civili come scudi. L’impiego sistematico di civili nelle operazioni belliche viola apertamente le Convenzioni di Ginevra ed è considerato un crimine di guerra. Anche gruppi pacifisti israeliani, come B’Tselem e Breaking the Silence, condannano senza mezzi termini queste pratiche come disumane e illegali.
Intanto il Partito Democratico annuncia una manifestazione su Gaza, ma l’ipocrisia è insopportabile. Per anni ha ignorato — se non legittimato — la tragedia palestinese: sue delegazioni ufficiali sono andate in visita al governo israeliano persino in tempi recenti, mentre i crimini contro i civili si moltiplicavano. E oggi, con decine di migliaia di morti, tenta di rifarsi la faccia. La vicepresidente PD del Parlamento europeo, Pina Picierno, ha perfino intrattenuto rapporti con lobbisti israeliani durante l’assedio. Chi ha fornito copertura politica e morale ai massacri non può ora pretendere credibilità senza prima un’autocritica profonda — come, va detto, qualche giornalista internazionale ha invece saputo fare. La loro “solidarietà” arriva troppo tardi, e sa soltanto di cinismo elettorale.
Proprio ieri, Jake Wood si è dimesso dalla carica di CEO della Gaza Humanitarian Foundation (GHF), una fondazione israelo-statunitense che aggirava deliberatamente i canali umanitari ufficiali, come ONU e ONG. Wood ha ammesso l’impossibilità di distribuire aiuti rispettando i principi fondamentali di neutralità e umanità. Il fallimento della GHF è un fatto positivo, ma non va letto come un risveglio morale: riflette piuttosto lo scontro in atto tra due pezzi delle élite occidentali — quella liberal-globalista (Londra, Bruxelles) e quella legata alla riforma imperiale promossa da Trump (la cordata oggi dominante a Washington). L’improvvisa fiammata di indignazione — dal PD alla RAI, da Starmer a Macron — non nasce da una sincera compassione per Gaza (proprio loro, che hanno fornito armi a più non posso a Bibi il Genocida), ma dal timore che l’intero sistema venga messo in discussione. Israele viene “scaricato” per poter colpire Trump, l’uomo che improvvidamente sognava Gaza come futuro resort. Ma nulla di tutto ciò salverà davvero i palestinesi. La battaglia vera è un’altra: è politica, reale, concreta.
Per questo motivo mi unisco alle critiche radicali, ben fondate e profondamente giustificate, contro la campagna promossa da Tommaso Montanari e Paola Caridi, che proponeva — per il 24 maggio — l’esposizione di 50 mila sudari bianchi per commemorare le vittime palestinesi. Concordo con chi l’accusa di “estetizzare il lutto” e di neutralizzare il significato politico della violenza. L’iniziativa evita accuratamente di nominare Israele, l’occupazione, l’apartheid e persino il termine genocidio, trasformando una strage sistemica in una generica tragedia umanitaria. Il poeta palestinese Mohammed El-Kurd denuncia da tempo questi processi di cancellazione della resistenza, che preferiscono il palestinese morto e silenzioso al palestinese vivo, cosciente, e in lotta. Questa campagna diventa così una rappresentazione simbolica utile a pacificare le coscienze occidentali, ignorando le richieste chiare e inequivocabili della società palestinese: memoria politicizzata e solidarietà attiva contro il colonialismo.
Oggi più che mai, in nome della verità, della giustizia, della dignità dei popoli, rifiuto con forza: la rimozione dell’identità palestinese dal discorso pubblico; l’occultamento sistematico delle responsabilità dell’aggressore; la richiesta implicita di silenzio in nome di un presunto “rispetto”; la trasformazione del dolore in spettacolo inoffensivo per l’Occidente.
Al contrario, serve una presa di coscienza seria e profonda. Serve smascherare e sconfiggere, politicamente e culturalmente, il progetto del Sionismo Reale — un costrutto colonialista storicamente determinato — facendo nomi, cognomi, e ricorrendo a tutto l’arsenale della verità, della memoria e dell’autodifesa contro la propaganda e la manipolazione.

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Pino Cabras
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Contro il "Sionismo Reale"
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Perché leggerlo: Il libro di Cabras analizza il Sionismo Reale e denuncia la propaganda, rendendolo altamente pertinente all'argomento dell'articolo.
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