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Guerra e Verità11 Aprile 2024

Israele, Iran USA: sul filo del rasoio

Pino CabrasDi Pino Cabras·617 contenuti pubblicati
Target analizza la crisi in Medio Oriente, evidenziando il braccio di ferro tra Israele, Iran e USA. Si discute anche delle implicazioni di un possibile conflitto e delle strategie diplomatiche in atto.
Punti chiave
  • Israele è impantanata in una guerra considerata già persa.
  • L'attacco all'ambasciata iraniana ha innescato una battaglia multilivello.
  • Washington è riluttante a coinvolgersi in un conflitto mediorientale.
  • Teheran propone un cessate-il-fuoco in cambio di non rispondere all'attacco.
  • Il tempo per risolvere la crisi sta rapidamente scadendo.
L'articolo
da Target.
Quella che si sta combattendo, in questi giorni, è una drammatica battaglia, che si svolge su più piani contemporaneamente, e che potrebbe innescare una guerra come quella ucraina.
L’epicentro di questa battaglia è ancora un volta il Medio Oriente, eterno focolaio di tensioni.
A portare la crisi alle soglie di una tragica esplosione è, nuovamente, Israele. Impantanata in una guerra che ormai più voci riconoscono non solo impossibile da vincere, ma addirittura già persa (“Non va detto, ma non c’è scelta: siamo stati sconfitti. Sconfitta totale”, Chaim Levinson), lo stato ebraico sembra non vedere altra soluzione che un continuo rilancio, nella speranza di trascinare gli USA nel conflitto ed addivenire così ad una soluzione finale del problema arabo-palestinese.
In questo senso va interpretato l’attacco all’ambasciata iraniana di Damasco. Attacco che, appunto, ha dato la stura a questa battaglia multipiani. Che è fondamentalmente un braccio di ferro trilaterale, perché ovviamente in questa partita non ci sono in campo solo Teheran e Tel Aviv ma anche Washington.
Il punto è che i tre attori in scena hanno obiettivi e interessi diversi.
Tel Aviv vuole scatenare un conflitto più ampio, ma solo a condizione che Washington dia un impegno diretto, tale da garantire non solo un’ampia vittoria, ma anche di ridurre allo stretto indispensabile i danni.
A sua volta, Washington non ha affatto voglia di farsi trascinare in un conflitto mediorientale – che sarebbe la pietra tombale di qualsiasi chance di rielezione per Biden – ed è assai irritato con Netanyahu, anche se non vuole (non può) abbandonare Israele.
Teheran a sua volta non ha né voglia né interesse a trovarsi direttamente coinvolta in un conflitto, ma deve comunque segnare il punto.
Tutto si svolge quindi su un piano pubblico (le dichiarazioni ufficiali ed ufficiose), ed uno riservato (fatto di contatti e trattative, spesso con triangolazioni di paesi terzi).
Teheran ha avanzato una proposta agli Stati Uniti: fermate Israele, imponete un cessate-il-fuoco definitivo, e noi rinunciamo a rispondere all’attacco all’ambasciata. In tal caso otterrebbe un successo politico enorme, che giustificherebbe la mancata risposta ad Israele. Sia pure malvolentieri, la proposta potrebbe essere accettabile per Washington, specie se – ad es – prevedesse una tregua di sei mesi (sino alle elezioni di novembre).
Ovviamente, la difficoltà sta nel convincere Israele, sulla quale possono essere usate fondamentalmente due o tre leve: l’indisponibilità USA a farsi trascinare in guerra, la minaccia di far cadere il governo Netanyahu, e naturalmente la consapevolezza che uno scontro con l’Iran, in queste condizioni, significherebbe una mazzata devastante per il paese ebraico.
Sino ad ora, arrivano segnali contrastanti. Gli Stati Uniti hanno ribadito che in caso di attacco iraniano difenderanno Israele senza riserve, anche in un conflitto con l’Iran – ma può essere parte del braccio di ferro. Israele ha ritirato quasi per intero le sue forze da Gaza, ma Gallant ha detto che si stanno preparando ad attaccare Rafah (una linea rossa sia gli USA che per l’Egitto), e Natanyahu ha sostenuto ci sia già la data.
Oggi il ministro degli esteri dichiara: “non ci assumiamo la responsabilità dell’attacco all’ambasciata iraniana a Damasco e non vogliamo una guerra con l’Iran”, che ha tutta l’aria di una retromarcia, e comunque di una volontà di smorzare i toni.
Al contempo, proprio ieri – con l’ennesima mossa criminale – l’IDF ha ucciso i tre figli del leader di Hamas, Haniyeh, con un attacco mirato. Ciò può essere inteso come una pressione per i negoziati sullo scambio di prigionieri, ma che ovviamente non può non riverberarsi anche su questa vicenda. Teheran attende una risposta, ma scalda i motori dei missili.
In termini strategici, per gli iraniani vale quello che dicevano i talebani, “gli americani hanno gli orologi, ma noi abbiamo il tempo”.
Ma in termini tattici, in questa vicenda, il tempo scorre velocemente, e non ce n’è molto a disposizione.
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