di Giulia Bertotto.
Siamo ormai prossimi alla scelta internazionale in merito alla “Risoluzione sull’inclusione del diritto all’aborto nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea” (2024/2655 RSP), previsto per giovedì 11 aprile, quando si svolgerà il voto a Bruxelles sull’inserimento del diritto all’aborto nella Carta dei diritti fondamentali dell’Ue. I diritti della Carta dell’Unione Europea sono sei: Dignità, Libertà, Uguaglianza, Solidarietà, Cittadinanza, Giustizia. Ognuno di questi titoli è composto da vari articoli. I diritti fondamentali, che possiamo ritenere universalmente validi, sono innanzitutto quello ad esistere; esistere libero dalla fame e dalla sete, emancipato dal dolore inflitto, dal freddo e dalle umiliazioni.
Per qualcuno l’aborto è un omicidio, per altri è un segno di disagio affettivo ed economico, forse per i più è difficile definire l’aborto, ma non è ancora più difficile considerarlo un diritto fondamentale?
IL PRONUNCIAMENTO DEGLI EPISCOPATI DELL’UE
«L’aborto non potrà mai essere un diritto fondamentale. Il diritto alla vita è il pilastro fondamentale di tutti gli altri diritti umani[1], in particolare il diritto alla vita delle persone più vulnerabili, fragili e indifese, come il bambino non ancora nato nel grembo della madre, il migrante, l’anziano, la persona con disabilità e i malati», hanno ribadito i vescovi della presidenza della Comece, la Commissione degli episcopati dell’Unione Europea, in una dichiarazione. «La promozione delle donne e dei loro diritti – argomentano i vescovi – non è collegata alla promozione dell’aborto. Lavoriamo per un’Europa dove le donne possano vivere la maternità liberamente e come un dono per loro e per la società e dove essere madre non sia in alcun modo una limitazione per la vita personale, sociale e professionale».
LA DICHIARAZIONE DI PRO-VITA
«Condividiamo l’appello dei vescovi europei contro il folle tentativo di inserire l’aborto nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, il documento che enuncia solennemente i ‘valori comuni’ degli Stati membri. È aberrante che si possa promuovere come valore positivo l’uccisione di un bimbo inerme e innocente nel grembo materno. Giovedì 11 aprile una delegazione di Pro Vita & Famiglia onlus sarà presente a Bruxelles e assisterà alla votazione sulla risoluzione, per ribadire agli eurodeputati che l’interruzione di gravidanza, come hanno sostenuto i vescovi europei, non solo non potrà mai essere un diritto, ma va anche ‘nella direzione opposta alla reale promozione delle donne e dei loro diritti’. In seguito al voto faremo i nomi degli eurodeputati italiani che avranno votato a favore o contro l’inserimento dell’aborto tra i ‘diritti fondamentali’, invitando i cittadini a tenerne conto alle elezioni europee dell’8 e 9 giugno», ha affermato Jacopo Coghe, portavoce di Pro Vita & Famiglia, sulla dichiarazione della Comece.
L’ASSOCIAZIONE LUCA COSCIONI
Di tutt’altro avviso l’Associazione Luca Coscioni, sempre in prima linea sui temi della bioetica: «La Francia legalizza l’eutanasia e inserisce l’aborto in Costituzione. La Germania legalizza la cannabis. Ma altri Paesi, come l’Ungheria, aggravano le loro politiche proibizioniste, e cercano alleanze internazionali, come nell’incontro tra Orbán e Trump.
Come Associazione Luca Coscioni non abbiamo mai limitato all’Italia il nostro campo d’azione: basti pensare ai ricorsi alla Corte europea e alla Corte Interamericana per i diritti umani, o all’Assemblea civica sull’eutanasia tenuta a Bruxelles nel 2023. Siamo infatti convinti che l’interazione tra Paesi e popoli diversi, abbia ricadute di enorme portata, in positivo e in negativo, su ciascuna realtà nazionale, Italia inclusa. Ecco perché abbiamo aderito al pacchetto di petizioni Eu can do it, you can do it, lanciato dal movimento paneuropeo di iniziativa popolare Eumans e rivolto al Parlamento europeo», aveva spiegato il movimento di Marco Cappato nel mese di marzo.
COS’ È L’ABORTO? DUE CONSIDERAZIONI SOCIALI
Cosa possiamo aggiungere noi, a fronte delle grandiose e complesse disquisizioni teologiche, antropologiche, morali, mediche, psicologiche, sollevate da decenni dalla questione? Possiamo forse fare solo due miti considerazioni sul modo di intendere l’aborto nella nostra società e quindi cosa ci rivela di essa[2].
La parola aborto viene dal latino abortus, derivato di aboriri, «perire», composto di ab, «via da», e oriri, «nascere». La valenza emotiva e psichica dell’aborto è legata a Thanatos e non ad Eros, in quanto la funzione generatrice di Eros viene moncata dall’atto (oggi) chirurgico o farmacologico di impedire che la potenza della vita essa si faccia atto nel vivente. E non possiamo ignorare questo enorme dato archetipico dell’universo simbolico che tutti condividiamo.
SE CI SONO DIFFERENZE TRA PRATICARE E NOBILITARE L’ABORTO
La prima. Dal punto di vista storico l’aborto è certamente una pratica antica, accompagnata in ogni civiltà da proibizioni, regolamenti medici e giuridici e naturalmente precetti religiosi, che non troviamo esclusivamente all’epoca contemporanea.
La narrazione che la nobilita è invece da imputare ai nostri tempi. Questi tempi che vorrebbero trovare un punto di inizio e di fine meccanico della coscienza umana, senza accettare il suo continuum dall’inconscio, dall’esperienza non verbale, da quelle fasi pre-cognitive ma vive dello stare al mondo. Quando pensiamo ad un feto non si tratta (ancora) di un individuo con preferenze poetiche e con opinioni politiche, ma non si tratta neppure solo di un “grumo di cellule”, in quanto il concepimento con la fusione di due corredi genetici rappresenta un cambiamento ontologico e non solo biologico.
La narrazione contemporanea del “grumo di cellule” vorrebbe razionalizzare l’interruzione di gravidanza fino a renderla un affare esclusivamente corporeo, de-spiritualizzato, di più de-emotivizzato, un po’ come togliere un fastidioso neo. Ma questa operazione di negazione forzata può essere eseguita solo a patto di considerare anche ogni altro fatto del mistero dell’esistenza, lo sbocciare di un fiore, il nuoto per aspirazione di una medusa, i processi di fusione nucleare di una stella, perfino il pianto di un essere umano, un fatto esclusivamente biologico, dunque paradossalmente senza vita. Un fatto che non è nulla di più se non un dato materico senza anima è del resto un fatto morto.
Lo svilimento del feto a materia organica senza Alterità, privo di ogni barlume di coscienza, ci rivela una società che mortifica ciò che non comprende con la mente. La mortificazione del feto a mucchietto proteico è funzionale a rendere emotivamente e moralmente insignificante la pratica abortiva[3]; come quando disumanizziamo il nemico in guerra per non doverci giustificare della violenza inflitta, abbiamo infatti bisogno di affermare che un embrione non sia vivo per potercene liberare senza rammarico.
L’INTERRUZIONE DI UN LEGAME NON DEVE FARCI RIFLETTERE O SOFFRIRE
La seconda, che sulla prima si fonda. La nostra società, inoltre, vorrebbe eliminare il dolore, liquidare il conflitto emotivo, cancellare con un colpo di spugna il dilemma esistenziale dalla vita, salvo poi non poter evitare che il conflitto riemergere nel modo peggiore nelle polemiche costanti, nelle efferatezze quotidiane, o nella guerra, guerra mondiale.
I nostri tempi, che hanno i tempi stretti del capitale, e la necessità di liquefare ogni legame, vorrebbero fare dell’aborto un’azione moralmente neutrale e psichicamente irrilevante. Vorrebbero legittimare ogni donna e ogni uomo a sorvolare sull’atroce dubbio che attanaglia la gestante e che caratterizza ogni scelta sofferta, ogni bivio sul percorso, sempre gravido di difficoltà e opportunità dell’esperienza del mondo.
I nuovi modelli dei nostri tempi ci insegnano non solo che possiamo, ma perfino che dobbiamo, abortire senza farci troppi problemi, che dobbiamo agire senza indugiare sul nostro calvario, senza neppure vivere il trauma che caratterizza il taglio di un cordone (!) così diretto e fondamentale. Come se scagionando l’aborto sul piano sociale, cancellando la sua portata etica, si potesse evitare la ferita che comporta per la donna. Il trauma cancellato espia il misfatto, il misfatto espiato, cancella il trauma, vorrebbe la concezione del “grumo di cellule”. Ma non è così che funziona il nostro magma subcosciente, e rendere l’interruzione di gravidanza un fatto socialmente marginale lo farà che renderlo ancora più esplosivo nell’interiorità individuale e collettiva.
[1] Nella fede cristiana questo diritto si regge sulla dottrina dell’indisponibilità della vita da parte della creatura; è il Creatore a stabilire quando e come l’anima si incarni nel nascituro e quando debba invece lasciare il corpo.
[2] Non ci riferiamo in questa sede ai “casi limite” come violenze sessuali, incesti, stupri di guerra, a cui le considerazioni possono adattarsi, tuttavia qui non è possibile trattare queste fattispecie.
[3] Lo stesso meccanismo si palesa con la pratica della cosiddetta “gestazione per altri”: il neonato viene ridotto a oggetto e la donna a fattrice, svalutando ogni fattore psichico, emotivo e simbolico del rapporto tra gestante e bambino. Spesso anche coloro che si preoccupano dello sfruttamento della donna, non si soffermano sul trauma abbandonico vissuto dal neonato, in quanto dato che quest’ultimo non comunica verbalmente non gli viene riconosciuto lo stato di piena umanità e perciò non viene considerato soggetto di diritto ma solo oggetto del diritto altrui.

















