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Economia27 Febbraio 2024

Il lamento di Draghi e il mondo che ha contribuito a creare

Pino CabrasDi Pino Cabras·617 contenuti pubblicati
Turi Comito analizza le recenti dichiarazioni di Mario Draghi sull'Unione europea, evidenziando la sua critica alla mancanza di innovazione e competitività. Si discute anche delle responsabilità storiche legate alla globalizzazione e alla privatizzazione che hanno contribuito al declino dell'industria europea.
Punti chiave
  • Draghi critica l'inefficienza della classe politica europea.
  • Sottolinea la scarsità di finanziamenti privati nella ricerca europea.
  • La globalizzazione ha danneggiato le industrie europee storiche.
  • Il sistema burocratico europeo ostacola gli investimenti privati.
  • Draghi desidera un'Europa più simile agli Stati Uniti in termini di innovazione.
L'articolo
di Turi Comito.
Continueremo a lungo a sentir parlare Draghi da qui alle elezioni europee (e oltre). L’ex “messia” in questo periodo di nullafacenza istituzionale è più libero di dire la sua sull’argomento che più gli sta a cuore: l’Unione europea. Sarà perché punta a diventare presidente della Commissione, sarà per puro attaccamento patriottico continentale, non passa giorno che non fustighi l’inetta classe politica europea, i meccanismi di funzionamento dell’Ue e, per conseguenza, la sua irrilevanza nello scacchiere mondiale.
Dopo avere, nelle settimane scorse e per le ennesime volte, lamentato l’assenza di una politica fiscale comune, spinto per un progetto militare unitario, auspicato una riforma dei meccanismi decisionali europei oggi è stata la volta della chiave di volta di tutto l’impianto.
Chiamato dalla Von der Leyen a stilare un rapporto sulla competitività nella ricerca e nell’innovazione in Europa, l’ex messia, dopo avere constatato lo stato di premorte in questo campo dell’UE, ha sbottato a Strasburgo: “Negli Usa circa i due terzi della ricerca vengono finanziati dal settore privato, solo un terzo dal pubblico. Nell’Ue due terzi della ricerca è finanziata dal settore pubblico. Perché il finanziamento privato è così scarso nell’Ue?”.
Già, perché è così scarso? In realtà la domanda ne nasconde un’altra di ben più estesa portata che è la seguente: perché non esiste, nell’olimpo delle dieci multinazionali mondiali più innovative (e potenti) del mondo, praticamente nessun nome europeo?
Le domande sono legittime e aspettiamo di leggere il suo rapporto completo (dovrebbe essere presentato entro giugno di quest’anno) per vedere se qualche risposta la fornisce lui stesso.
Nel frattempo, constatando la scomparsa totale o parziale di multinazionali europee che avevano dominato in alcuni segmenti di mercato mondiale (vedi alla voce Nokia, Telecom Italia, Kodak, Saab, ecc.) qualche risposta la posso azzardare pure io che non sono un esperto del ramo come lui e al suo livello messianico.
Una parte delle colpe di questa assenza europea dalla “Ricerca&Innovazione” dovrebbe essere possibile ascriverla a due grandi fenomeni promossi proprio dalla ideologia della quale egli è stato portatore indefesso per decenni: quella del libero-scambismo planetario (leggasi globalizzazione) e quella della privatizzazione pure dell’aria che respiriamo.
La prima ha consentito il rapido e inesorabile declino di certe industrie (pubbliche e no) messe improvvisamente di fronte a multinazionali iper aggressive a ampiamente sostenute da “aiuti di stato” (cinesi, coreane, tanto per fare due nomi). La seconda ha consentito lo smantellamento, pezzo a pezzo, di “gioielli” di Stato (in Italia Telecom è il caso più eclatante) che sono diventati preda di squali internazionali in grado di massimizzare e privatizzare i profitti e socializzare le perdite.
C’è poi un altro versante del declino, quello tipicamente europeo. Da un lato il “sistema” è anchilosato, burocratizzato, tendenzialmente soffocante e dall’altro è completamente sballato nella promozione della innovazione industriale e scientifica.
Sul primo punto: i grandi investitori privati internazionali prediligono luoghi dove si fanno affari senza andare tanto per il sottile. Qui da noi c’è tutto un casino infernale di regole e regolette legato alla privacy, alla salvaguardia dell’ambiente, al benessere sui luoghi di lavoro, ecc. Che sarebbe pure una cosa meravigliosa se non avessimo lo stesso zone estesissime inabitabili o quasi per via del massiccio inquinamento di aria, terra e acqua e numeri di morti sul lavoro che paiono bollettini di guerra. Pertanto sperare che, in queste condizioni, si attirino investimenti privati nella innovazione è fuori discussione. Quel tipo di investimenti sono ad altissimo impatto ambientale, non gradiscono controlli di nessun genere, richiedono mercati del lavoro mobilissimi e col minimo – tendente allo zero – di protezione sociale possibile.
Sul secondo punto vale la pena citare un esempio per tutti.
Il programma europeo di Innovazione e Ricerca più pieno di soldi è Horizon (quello in vigore, 2027, ha circa 80 miliardi a disposizione se non ricordo male, che poi sono due lire a dire il vero, ma comunque). E’ un strumento di finanziamento “diretto”. Cioè gestito dalla Commissione stessa o sue agenzie senza passare per le famigerate Autorità di gestione (nazionali o regionali) tipiche dei fondi strutturali.
Il meccanismo di funzionamento è semplice. A parole. La Commissione individua dei settori strategici dove c’è più bisogno di innovazione, crea dei bandi di finanziamento ad hoc e aspetta che si presentino all’appello gli interessati (soggetti pubblici o privati) con proposte “smart”, “inclusive”, ecc. ecc.
Detto così pare facilissimo. Invece non lo è affatto. Per partecipare a un qualsivoglia bando della Commissione ci vuole una commissione di scienziati. Normalmente gente specializzatissima che parla un italo-inglese (o franco-inglese o ispano-inglese, ecc.) umoristico nella sua seriosità che va sotto il nome di Agenzia tecnica (società private di giovani rampanti tutti infarciti di anglicismi, fatti con lo stampino e quadratissimi a parte qualche lodevole eccezione pensante). Perché la lettura e la preparazione al bando, la struttura del progetto, la sua esecuzione, la famigeratissima rendicontazione (una cosa che renderebbe cretino chiunque non viva solo di quegli schemi a doppia entrata) non sono neppure comprensibili a un non addetto ai lavori tanto i “tecnicismi” sono abbondanti, astrusi e, non raramente, assolutamente idioti.
E infatti i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Dopo venti e passa anni di fondi europei dedicati a queste cose (e tante altre) con questo sistema non è venuto fuori nulla di paragonabile a qualche cosa che assomigli neppure lontamente a megaconglomerati tipo Meta, Amazon, OpenAi, Tesla, eccetera.
Zero assoluto. Un fallimento totale e senza scampo.
Ha ragione Mario Draghi a dolersi della situazione in cui si trova l’Unione. Un carrozzone di “indecisori” litigiosi che vedono nel loro miserabile perimetro provincialissimo tutto il creato («Mi hanno chiesto al termine di Ecofin quale sia l’ordine delle riforme necessarie per l’Ue, quale sia l’ordine non lo so, ma per favore, è il momento di fare qualcosa, decidete voi cosa ma per favore, si faccia qualcosa, non si può passare tutto il tempo a dire no», altra dichiarazione odierna del messia).
Lui vorrebbe e avrebbe voluto una versione europea degli Stati uniti. Un luogo dove investimenti, innovazione, competitività, agglomerati di interessi finanziari (anche, e non marginalmente, militari) creano ricchezza (per alcuni) e sono capaci di tutto e pronti a tutto. Ci ha lavorato, lui e altri, per farne qualcosa che ci assomigliasse. Ma ha fallito, se ne lamenta e si ritrova tra le mani un soggetto che non è uno stato, non è una federazione, non è una confederazione, malmesso, inchiodato a sogni ad occhi aperti che non può neppure immaginare di realizzare, che vive di regolamenti e direttive una più contraddittoria dell’altra quando riesce a dotarsene. Che non è “competitivo” e in compenso ha eroso e tende ad erodere protezioni sociali e fa un passo avanti e dieci indietro quando si tratta di ecologismi e materie affini.
Sapete che mi ricorda questa storia? Un pezzo del monologo del Riccardo III di Shakespeare: “io che sono per metà sbozzato e talmente claudicante e goffo che i cani mi abbaiano quando gli passo accanto arrancando; ebbene, io in questa allegra stagione non conosco altro piacere, per ingannare il tempo, che sbirciare la mia ombra al sole e intonare variazioni sulla mia deformità”.
Fidarsi e affidarsi a gente del genere, a gente come il messia, che i problemi prima li crea e poi pretende di risolverli, fa un poco ridere. Eppure c’è gente che lo considera l’ultima àncora di salvezza.
D’altra parte, che c’è da fare? Qualcuno ha alternative a questo stato di cose? C’è qualche strada percorribile diversa da quella indicata dal messia? C’è qualche soluzione che eviti la discesa verso gli inferi di questa Europa che pretende di sfidare Cina, Russia, Usa con i mezzi strampalati di cui si è dotata? Qualcuno si sta interrogando su come abbiamo contribuito, europei e non, a rendere questo pianeta sempre più preda di “innovazione e ricerca” utile solo a rincretinire le moltitudini e ad arricchire piccole caste di lestofanti?
Non mi pare, non mi risulta.
Vinceranno loro, quelli che i problemi li creano e poi pretendono di risolverli?
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Pino Cabras
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