Metaversi, interfacce neurali, realtà virtuale: sembra che i giganti della tecnologia, coloro che sono entrati in ognuna delle nostre case con la promessa di migliorare le nostre vite grazie all’interazione dei social network, agli assistenti virtuali, alla domotica, adesso vogliano usare questa acquisita posizione di forza come grimaldello per fare il salto di qualità: legare l’uomo alla macchina ancora più profondamente, fisicamente.
Se n’è parlato durante la puntata 1863 podcast di Joe Rogan, ospite Mark Zuckerberg. che ha rilanciato il suo progetto di Metaverso e il modo con cui gli utenti potrebbero interfacciarsi con esso.
Gli approcci tecnologici sono essenzialmente due: quello di Zuckerberg è meno invasivo, proponendo dei sensori esterni ( occhiali, bracciali, guanti) che replichino nella realtà parallela le azioni dell’utente. Più questi sensori verranno usati, più dati potranno essere raccolti per “educare” il sistema a interpretare una determinata azione.
Ma c’è chi, da anni ormai, crede che i risultati migliori in questa sorta di combinazione uomo- computer sia un impianto neurale: un chip nel cervello detto in parole povere.
Si tratta dell’azienda Neuralink di Elon Musk, con sede a San Francisco, specializzata, lo si evince dal nome, nello sviluppo di interfacce neurali impiantabili, con lo scopo ultimo del potenziamento umano: possiamo parlare letteralmente di transumanesimo.
La sua più diretta concorrente, Synchron, ha addirittura già iniziato la sperimentazione sugli esseri umani con un dispositivo impiantabile che ha permesso a due persone (disabili) di interagire con un computer tramite il proprio pensiero.
“Penso che le persone normali nei prossimi 10 o 15 anni non vorranno avere qualcosa installato nel loro cervello per divertimento”, ha detto Zuckerberg: certo, cosa volete che siano dei visori sugli occhi rispetto ad un chip impiantato nel cervello.
A dire il vero, anche quando si è cercato di proporre al pubblico dispositivi meno invasivi, camuffati da accessori per la persona, come occhiali per la realtà aumentata ad esempio, la risposta è stata tiepida per non dire fredda: ogni volta le proposte commerciali, come quella degli occhiali smart di Google, o di Rayban, ad esempio, si sono dimostrati un flop. La gente non sempre essere disposta a portare biodispositivi, esterni o interni che siano, neppure con la scusa della prevenzione sanitaria.
La strategia cambia e ora si magnificano le potenzialità di tecnologie neurali nel contrastare o curare handicap neurologici o fisici: intervenire nei casi di gravi paralisi, o curare condizioni come il morbo di Parkinson o l’epilessia sarebbe un grosso passo avanti per migliorare la qualità della vita, certo.
Ma tra un uso etico e controllato di particolari tecnologie in campo strettamente medico e una commercializzazione delle stesse per diventare l’intrattenimento tecnologico del millennio siamo sicuri che passi molto? Alla fine per le multinazionali si tratta di affari.
ANTONIO ALBANESE
Invitiamo tutti a iscriversi al canale Telegram di Visione TV. E per aiutarci a sostenere le spese per un’informazione di qualità, cliccate qui: anche un piccolo contributo è importante!

















