di Giulia Bertotto.

Edoardo Gagliardi è filosofo, giornalista e conduttore televisivo presso Byoblu dal gennaio 2020. Ha creato il canale di filosofia, metapolitica e critica culturale Metapolitics su Youtube, presente anche su Byoblu. Sempre per Byoblu ha ideato e condotto il programma sperimentale di filosofia Adiaforia. Sul tema dell’immigrazione di massa ha già pubblicato The Great Invasion. Storia dell’anti-immigrazionismo negli USA, 1882-1965 (Roma, Maniero del Mirto, 2020).

La sua ultima autopubblicazione si intitola Contro il lavoro: manifesto per una nuova libertà. Il lavoro, spiega Gagliardi, sottrae il tempo, sequestra il corpo, uccide l’arte, reprime la creatività, ha schiacciato la vera vocazione umana al creare, inventare, elevarsi. Un’altra nefasta conseguenza della società fondata sul lavoro è il giudizio in base allo status: dunque competitività e aggressività tra cittadini.

Leggiamo un frammento molto incisivo del suo saggio: “Il lavoro non va riformato ma superato. A parte qualche voce solitaria, per lo più relegata ai margini della società e dell’industria culturale, non si è mai presa seriamente in considerazione la possibilità (e la necessità) che il lavoro, nel suo senso concettuale e pratico, vada superato e non semplicemente riformato. Da destra a sinistra, se questi due termini valgono ancora a descrivere uno spettro politico coerente, si ripetono sempre le solite storie: aumentare l’occupazione, abbassare la disoccupazione, migliorare le condizioni di lavoro, aumentare i salari. Il lavoro, quindi, lungi dall’essere la naturale prosecuzione dello sviluppo integro della persona umana diventa un feticcio, una divinità da idolatrare”.

 

L’INTERVISTA A EDOARDO GAGLIARDI

Manifesto contro il lavoro. Si tratta solo di una provocazione filosofica oppure il suo è un invito pragmatico? A quali pensatori si ispira?

Si tratta sicuramente di una provocazione, cioè di un tentativo di scuotere il lettore. La concezione che valorizza il lavoro è molto radicata e quindi occorreva un linguaggio forte per provare a metterla in discussione. Come scrivo nella bibliografia i testi che si occupano direttamente dell’abolizione del lavoro non sono molti. Per la gran parte si tratta di articoli o saggi brevi, apparsi su varie riviste nel corso dei decenni e, successivamente, raccolti in libri. Mi ha colpito molto il libro di Bob Black, The Abolition of Work and Other Essays del 1985.

 

Lei parla del lavoro anche come furto istituzionalizzato di tempo, il bene più prezioso o forse l’unico bene per l’essere umano. Ma non si rischia così una concezione capricciosa, esclusivamente ludica, infantile e con manie di onnipotenza della vita?

L’obiezione è molto interessante. La società che immagino non è un Paese dei Balocchi stile Pinocchio. Quello che io critico non è l’azione, l’attività, a favore della pigrizia, ma un’attività che non sia l’obbligo di tanti per la libertà di pochi. Il lavoro così come lo abbiamo realizzato è una condizione di schiavismo capitalista a gerarchia piramidale. Oggi il lavoro è uno strumento di oppressione ed è questo che contesto. La mia non è una filosofia edonistica o dell’immobilità contro la fatica ma di una fatica che torni a vantaggio di chi la compie. Altrimenti questa fatica è da ricusare. Al contrario io credo che un lavoro nel senso di attività meno standardizzata e più a misura della persona sia anche più produttiva.  Il contrario: il passaggio è da produttori passivi a produttori davvero attivi. Tutti potrebbero dare il meglio invece di oscillare tra depressione, mobbing e insonnia.

 

Importante evidenziare che lei scrive che anche la disoccupazione, nella società del lavoro, è una forma di schiavitù e non uno stato di affrancamento. Perché il lavoro non è solo di colui che lavora ma un certo tipo di sistema culturale e sociale dove trionfa la noia, la ripetitività, la repressione della creatività.

Per liberarsi dal lavoro occorre smantellare il sistema-lavoro ossia la società per come l’abbiamo pensata e portata avanti. Il lavoro si impone su chi lavora come su chi non lavora. Perché chi non lavora non può avere una vita dignitosa, è visto con sospetto e inoltre deve lavorare alla ricerca di un lavoro. La società fondata sul lavoro è anche una società fondata sul denaro, le due cose vengono insieme. Mi rendo conto che può sembrare idealista e ingenuo ma credo che occorra avere il coraggio di porre interrogativi radicali.

 

Lei scrive che “Il lavoro come sistema schiavistico e come feticcio quasi religioso necessita delle sue vestali” dunque dobbiamo demolire anche l’articolo 1 della Costituzione.

Voglio scuotere ogni totem di questo sistema ingiusto in cui viviamo, alimentarlo non dovrebbe più essere il nostro principale scopo. La Costituzione nobilita il lavoro così com’è, sul lavoro schiavista. Se togliamo i veli delle belle parole la nostra Costituzione è una Repubblica fondata sulla schiavitù.

 

Nel suo libro troviamo anche un accenno teologico. Nell’Antico Testamento il lavoro è effetto punitivo della tracotanza umana, dunque del peccato originale. Da interpretare in maniera metaforica. Dalle sue pagine: “La consapevolezza che il lavoro sia una sventura per l’umanità riporta alla notte dei tempi. Il libro più importante del Cristianesimo, la Bibbia, insegna che i primi uomini sulla terra, Adamo e Eva, esseri voluti e creati da Dio, furono cacciati dal Paradiso per essere destinati a una vita di sofferenza. Da quel momento in poi avrebbero dovuto lavorare per vivere (Genesi 3:23)”.

Si tratta di un aspetto metafisico e antropologico poco trattato. Il lavoro come pena per aver contravvenuto alle regole divine. Il lavoro dunque nella concezione cristiana cattolica è necessario per espiare, non è un valore positivo ma negativo; la sua funzione non è valorizzare l’uomo ma far sì che possa emendare il suo peccato. La cacciata dal paradiso, la vergogna, il sesso e il lavoro sono collegati. La chiesa cattolica usa la formula latina ora et labora ma aratro e cilicio restano strumenti di purificazione da un male commesso. L’idea protestante per cui il lavoro sia il momento culmine del progetto di salvezza è una lettura con la quale non mi trovo d’accordo; è una visione aggressiva e competitiva che esalta moralmente chi ha successo nel lavoro e svaluta colui che non lo ottiene e non lo persegue.

 

Dobbiamo dire però che il peccato originale -secondo la dottrina cristiana- consegna all’uomo la sua libertà la controparte di questo fardello è la conoscenza del bene e del male, dunque la responsabilità morale e quel grande mistero che è la coscienza.

Torniamo al punto detto poc’anzi. La religione non celebra il lavoro come valore ma lo giustifica come castigo terreno. Il lavoro è un segno della perdita di quello stato originario di armonia, bellezza e ricchezza interiore dell’uomo e della donna prima della caduta.

 

Nel contesto della cosiddetta “dissidenza” c’è generalmente un rifiuto rigido della tecnologia. Nel suo libro invece lei si dimostra più aperto e propone l’Intelligenza Artificiale e l’uso ponderato della tecnologia per liberare l’uomo dal fardello del lavoro o almeno alleggerirlo.

Sì, nell’ambiente “antisistema” c’è un atteggiamento di eccessiva chiusura e un sentimento di estrema paura. Io credo che questo modo di recepire la tecnologia ne aumenti paradossalmente i pericoli; si finisce per lasciare l’egemonia tecnologica proprio a chi vuole utilizzarla contro il bene pubblico. Il punto non è rifiutare la tecnologia ma pretendere che venga veramente utilizzata per i bisogni della collettività. Perché nel 2024 nonostante le avanzatissime tecnologie di cui disponiamo molte persone lavorano ancora nel sudore delle fabbriche modello ottocentesco e anche peggio?

 

Perché?

Perché il problema non è la tecnologia e in un certo senso neppure il lavoro, ma il potere squilibrato che li anima.

 

Pensa che prima o poi ci sarà umanità senza lavoro?

Non credo, forse tra molti, molti anni. Ma intanto è già importante pensarla, ipotizzarla e scriverne. Per pochissime persone privilegiate questa condizione già è in atto. Naturalmente sono coloro che vivono grazie al lavoro di altri.

 

Una domanda più personale, se permette. Lei fa il lavora che ama?

Io apprezzo il mio lavoro ma devo dire che preferirei non lavorare. Vorrei avere più tempo per gli affetti, la crescita interiore, la lettura, il tempo dedicato agli amici, frequentare la natura. Vorrei aggiungere che ho scelto il mezzo dell’autopubblicazione per svincolare questo testo dalle logiche editoriali e dare una sorta di coerente impronta anarchica al mio libro.

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