di Bruno Scapini.

Con insidiosa manovra, mentre sono già in corso nei Paesi membri dell’Unione le procedure elettorali per il rinnovo del Parlamento Europeo, ecco che quest’ultimo, in perfetta sintonia col pensiero dei vertici di Bruxelles, inaspettatamente adotta l’8 febbraio scorso una Risoluzione (2024/2548-RSP) con la quale, oltre a condannare ancora una volta l’aggressione russa all’Ucraina, denuncia esplicitamente tutta una serie di indebite ingerenze che Mosca starebbe conducendo negli affari politici interni degli Stati membri e negli stessi ambienti comunitari.

Ebbene, non sarebbe una novità tale iniziativa se non fosse subdolamente collegata all’esercizio elettorale previsto quest’anno per il rinnovo del Parlamento Europeo.

Dall’inizio della guerra in Ucraina, infatti, altre Risoluzioni sono state adottate dall’organo di Strasburgo in funzione anti-russa. Ma questo non ci dovrebbe meravigliare più di tanto considerato che proprio l’attuale leadership europea, quella a guida Ursula von der Leyen per intenderci, è espressione della maggioranza parlamentare che la sostiene. Già nel marzo del 2022 il Parlamento aveva varato, sulla scia dell’attività svolta fin dal 2020 dalla Commissione Speciale INGE sul “Russiagate”, una prima Risoluzione sulla condanna di Mosca a seguito dell’aggressione a Kiev, mentre nel novembre dello stesso anno, con identica modalità, l’organo di Strasburgo sollecitava il riconoscimento della Russia quale “Stato sostenitore del terrorismo”.

Se, quindi, queste iniziative possono ben comprendersi per la loro coerenza con la posizione adottata ed espressa sulla questione ucraina e sulle pretese ingerenze russe dai vertici politici dell’Unione (Consiglio, Commissione e Alto Rappresentante), più arduo sembrerebbe giustificare tale ultimo atto se non lo si ponesse nella prospettiva delle elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo. Infatti, è a questo esercizio che la Risoluzione dell’8 febbraio andrebbe ricondotta per comprenderne senso, fini e portato.

Il timore che dalle prossime elezioni europee possa scaturire un corpo parlamentare più incline a costituire una opposizione alla linea politica finora seguita dalla attuale leadership (timore peraltro confermato dalle più recenti proiezioni di voto a livello europeo), deve aver indotto il Parlamento ad invitare i Governi degli Stati membri, come anche gli stessi organi comunitari, a ricorrere a qualsivoglia provvedimento pur di arginare in qualche modo l’eventuale avanzata delle forze euro-scettiche e riformiste.

A tale conclusione si perverrebbe del resto, non in via deduttiva, ma direttamente, evincendosi chiaramente da un passaggio del dispositivo della Risoluzione, l’invito agli Stati membri, e agli organi dell’Unione, ad adottare misure di contenimento delle ingerenze esterne per evitare effetti destabilizzanti sul processo elettorale europeo del 2024. Più esplicitamente il Parlamento “esorta a prestare attenzione ai preparativi per le elezioni europee sollecitando adeguate strategie di resilienza”.

È chiara a questo punto la vera finalità postasi dal nostro Governo con l’iniziativa recentemente assunta di modificare l’art. 12 della Legge n.18 del 1979. La riforma, infatti, opererebbe là ove si disciplinano le modalità procedurali per le elezioni europee, ovvero il regime delle esenzioni dalla sottoscrizione delle liste elettorali presentate da partiti politici privi di almeno un seggio nell’attuale Parlamento nazionale o europeo. La possibilità, oggi contemplata, di evitare la raccolta delle firme previste dalla legge ricorrendo ad una coalizione con altro partito già esentato per via della sua presenza in uno dei due Parlamenti, verrebbe così cancellata in caso di approvazione della modifica.  Un evento del genere, oltre a tagliare le gambe a tutte le nuove formazioni o movimenti, escluderebbe dalla competizione elettorale anche quei partiti che, pur al tempo già esistenti nel panorama politico nazionale, non avrebbero però raggiunto le quote di voti previste per il loro accesso al Parlamento.

Ma al di là del fatto “tecnico” che la modifica proposta da FdI implicherebbe, c’è un aspetto più propriamente politico da valutare. Può mai essere plausibile procedere a riforme del sistema elettorale quando già si è in corsa per l’esercizio? Le riforme elettorali in prossimità delle elezioni sono sintomo di una sostanziale immaturità della politica.  Se alla luce del buon senso sarebbe da rigettare una qualunque modifica apportata alla legge elettorale in condizioni di ristretta tempistica – se non altro per evitare l’alterazione delle giuste aspettative delle forze politiche candidabili e dei cittadini loro sostenitori – è innegabile l’insidioso tentativo, posto in atto con una riforma alla vigilia delle elezioni, di escludere una parte dell’elettorato dalla legittima partecipazione alla competizione elettorale.  Un esercizio di riforma sarebbe questo, in tal caso, che non si sottrarrebbe ad un sindacato di incostituzionalità; e ciò per via di una condotta posta in essere da parte degli organi proponenti manifestamente contraria ai generali principi democratici di equa rappresentatività e di pari opportunità che in questo caso verrebbero in tutto o in parte sacrificati; ma attenzione! Sacrificati non in nome di altri principi parimenti validi che li potrebbero sostituire, bensì per via di un vizio ancor più grave quale può essere giustappunto quello di una sostanziale immaturità democratica della classe politica!

Dunque, atteso che un principio cardine dell’apparato istituzionale europeo sarebbe, a termini di Trattati, proprio quello della sua rappresentatività democratica, domandiamoci allora quale senso avrebbe l’iniziativa del Parlamento Europeo – e conseguentemente del nostro Governo – se non quello di una vera e propria imboscata tesa alla nostra democrazia?

 

Fonte: https://spondasud.it/elezioni-al-parlamento-europeo-limboscata-di-bruxelles/

 

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