11 settembre: le domande in sospeso a 20 anni dalla tragedia

Sono andata a New York, la prima volta, nel marzo del 2003. Festeggiavo il mio compleanno.

Era trascorso un anno e mezzo dall’11 settembre. Non volevo vedere il World Trade Center, o meglio, ciò che ne rimaneva, ovvero macerie, ma capitò per caso. Presi la metro, e scesi alla fermata sbagliata. Mi ricordo come fosse ora quello che accadde, e cosa provai. Feci i gradini per uscire in superficie, convinta che mi sarei ritrovata in un quartiere alla moda della città che avevo sognato a lungo di visitare, e invece sbucai in un luogo fantasma.

Sentivo la polvere sotto le scarpe, e mi accorsi che tutto attorno a me era ancora ricoperto dalla cenere di quello che era stato il simbolo della magnificenza di New York.

Riconobbi le insegne dei negozi mostrati dalle tv, durante la diretta dell’attentato, come quella pizzeria con i colori della bandiera italiana, e mi parve di essere a mia volta una sopravvissuta, perché ero sola ad aggirarmi tra la desolazione di strade abbandonate che erano state testimoni di una tragedia inverosimile. Mi si strinse forte il cuore, ma mi feci coraggio, e mi avviai verso una struttura in vetro, allestita per rendere omaggio alle vittime, e per permettere a chi lo volesse, di affacciarsi sul buco nero delle Torri.

Migliaia di foto appese per ricordare chi non c’era più, e anche chi risultava disperso. Parole pregne d’amore, dolore, speranza.

Guardai nel vuoto, in basso, e incollata a quelle finestre sul nulla, singhiozzai, pensando che non si poteva perdonare un tale orrore.

Mentre scrivo, ancora mi commuovo.

Io come molti, immagino, ho creduto alla storia che è stata raccontata. Ero giovane, avevo paura, ed ero arrabbiata per il mondo che cambiava, all’improvviso. Ho creduto al terrorismo islamico, a Bin Laden, alla necessità della guerra in Afghanistan, per portare la pace, e la civiltà.

Non molto tempo fa, ho iniziato a pormi delle domande, ho ascoltato altre voci,  ho confrontato versioni divergenti, e i conti non tornavano.

Lo scrittore e giornalista Franco Fracassi, autore dei libri: Burning Down 9/11: L’incredibile storia di come si arrivò all’11 Settembre e The Isis Files: Da Washington al Donbass, la storia segreta del Califfato (con Paola Pentimella Testa), fu il primo in Italia a dare la notizia dell’attentato, tramite l’agenzia di stampa per cui lavorava, la Associated Press. Afferma che le indagini terminarono il 13 settembre, solo due giorni dopo la strage: qualcosa non quadrava. Decise quindi di licenziarsi, e di andare in giro per il mondo a indagare. Ci mise tre anni, e fece centinaia di interviste, lesse migliaia di documenti, visionò filmati inediti, ascoltò moltissimi audio. Ne uscirono due documentari: Zero e il sequel One, rispettivamente sull’11 settembre e su Al Qaeda.

Seguendo la ‘pista dei soldi’, dopo essere entrato in possesso dei transfer bancari che servirono per finanziare l’11 settembre, scoprì i nomi degli esecutori e dei beneficiari, ovvero di coloro che a vario titolo furono coinvolti nell’attentato, sovvenzionato dallo Stato dell’Arabia Saudita.

Siamo nel 1995. Quei soldi – dieci miliardi di dollari – arrivarono a una banca di Manhattan, furono bloccati perché ‘sospetti’, e successivamente sbloccati su pressione di Rudolph Giuliani, allora sindaco di NY. Riattraversarono l’Atlantico, per finire in una banca italiana gestita da un cittadino svizzero dichiaratamente nazista di fede islamica (!), che li utilizzò anche per altri scopi, e li rimandò poi negli Usa, questa volta a Houston, dove aveva sede una multinazionale che oggi non esiste più, la Enron, vicina all’allora Presidente George Bush, e che si occupava di sostenere progetti che riguardavano l’energia (oleodotti; gasdotti etc …).

Sì, sembra un romanzo, ma è andata proprio così, secondo Fracassi. Seguite il filo, che siamo solo all’inizio.

La Enron trasla il denaro su una sua sussidiaria, che lo spedisce in Pakistan, ai Talebani, quegli stessi che con l’alibi dell’11 settembre furono combattuti per liberare l’Afghanistan, da loro conquistato proprio grazie ai soldi finanziati da una multinazionale americana. Il resto del capitale è servito per far funzionare l’enorme complessità dell’organizzazione di quell’attentato.

Alcune immagini presenti nei docu-film di Fracassi sono state fornite da Al Qaeda, e  – incredibile ma vero – qualcuno possedeva il copyright di quelle riprese. Ovvero esisteva una rappresentante legale di Al Qaeda, al quale versare gli incassi dei diritti. Ebbene, la sede dove Fracassi incontra questi personaggi, per accordi dopo essersi scambiati alcune email, è in Virginia. Virginia. Stati Uniti d’America. Nello specifico: periferia di Washington. Gli aprono la porta dei soldati, probabilmente appartenenti ai Corpi Speciali. Nella sala d’attesa ci sono delle brochure, che illustrano la capacità del team di insegnare tecniche di guerriglia urbana, o di mettere in atto dei sequestri di persona, o come torturare gli ostaggi. In America. Per Al Qaeda.

E ancora. In Burning Down 9/11 Fracassi racconta che i piani dell’11 settembre erano stati scoperti dall’FBI sin dal 1995, perché la polizia filippina, nello sventare un possibile attentato a Papa Giovanni Paolo II durante un suo viaggio, aveva fatto irruzione in un appartamento scoprendo appunto tali disegni, che aveva prontamente comunicato agli Usa. Delle indagini si occupa un agente speciale, che è esperto di terrorismo islamico (diventerà il capo dell’anti-terrorismo), e che si adopera anima e corpo per sventare gli attentati già programmati, riuscendo a rintracciare molte delle persone coinvolte, sparse per il mondo. Ma coloro che sono ai vertici dell’FBI, e persino la CIA, lo ostacolano. Alla fine si dimette, sconfitto, nell’estate del 2001. Trova lavoro come responsabile della sicurezza del World Trade Center, dove muore l’11 settembre, nel suo primo giorno di impiego.

Noi abbiamo assistito dalle 08.50 alle 10.20 del mattino al più grande disaster movie della storia, afferma Fracassi, che ha avuto lo scopo di spaventare le persone al punto da convincerle ad accettare qualsiasi cosa pur di poter vivere tranquillamente (nessuna analogia col tempo presente?).

C’è poi il capitolo relativo ai venti attentatori addestrati nella Bosnia Erzegovina, non in Afghanistan, contro cui tuttavia si è combattuto. Inetti al punto che mai avrebbero potuto manovrare dei Boeing e schiantarli contro le Torri con precisione millimetrica.

Ma le domande sospese sono molte: come è potuto crollare l’edificio n. 7 senza essere mai stato colpito da nulla? E com’è possibile che si sia sbriciolato alla velocità della caduta libera – così come le due Torri – invece che adagiarsi su se stesso piano dopo piano? A causa di incendi che si sarebbero sviluppati per residui ardenti, scagliati nell’aria in seguito al crollo delle Torri, rispondono gli esperti. La storia però insegna che mai un palazzo d’acciaio si è sciolto, disintegrandosi, per un incendio. Mai. Non ci sono tracce nemmeno dell’aereo dirottato in Pennsylvania. E sul Pentagono vegliavano 59 telecamere: sparite (meglio: sequestrate dall’FBI).

E dove sono finite le anime che erano salite sugli aerei? È certo che le telefonate arrivate dai voli sono false, perchè ai tempi la tecnologia non lo consentiva, e perchè se pure fosse stato possibile, non ci sarebbe stato ‘campo’.

Fracassi, sempre nel libro sull’11 settembre, riporta anche la testimonianza di un giornalista del Washington Post, che nel 1999 fu chiamato dal Pentagono, il quale gli mostrò, per vanto, come si fosse in grado di riprodurre la voce di qualcuno per fargli dire cose mai dette, con un frammento originale di soli otto secondi.

Sembra certo che i quattro aerei decollarono, e poi sparirono dai radar. Solo di un volo abbiamo la testimonianza del sindaco di Cincinnati, il quale disse, proprio l’11 settembre (e poi tacque), che il volo finito contro il Pentagono, in realtà atterrò a Cincinnati, i passeggeri furono fatti scendere e imbarcati su un altro volo, che poi ripartì.

Mi chiedo se la catena degli avvenimenti non arrivi fino ad oggi, coinvolgendo anche il tempo presente. Chissà se questa ‘pandemia’ non sia l’ennesimo anello, solo il più recente, di un progetto nefasto costruito decenni addietro.

REBECCA RAINERI

Visione TV

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