Tutti ci ricordiamo cosa stavamo facendo 20 anni quando le televisioni mandarono in onda, in diretta, il crollo delle Torri Gemelle. Lo shock globale indotto da quell’episodio e la percezione di una “minaccia estrema e globale” sconvolsero il mondo e generarono una serie di ripercussioni a catena di cui stiamo ancora oggi pagando il conto.

I piani di invasione di Afghanistan e Iraq erano già pronti dal 2000 e l’attacco al World Trade Center venne semplicemente inteso come “un’occasione” come ammisero senza giri di parole Bush-Cheney-Rice-Rumsfeld. George W. Bush avrebbe deciso di inviare una seconda coalizione nel 2003 in Iraq per rovesciare il regime di Saddam, ufficialmente per la presenza di armi di distruzione di massa che, come la storia ha confermato, non esistevano affatto, in quanto le motivazioni che hanno spinto gli USA a invadere l’Iraq erano ben diverse da quelle sbandierate dal Pentagono.

Come ha spiegato ampiamente David Ray Griffin in Zero. Perchè la versione ufficiale sull’11/9 è un falso:

«Quando si verificarono gli attacchi dell’11 settembre, vennero trattati come una Pearl Harbor. David Rumsfeld disse che l’11 settembre aveva creato “il genere di opportunità offerta dalla seconda guerra mondiale per rimodernare la guerra”. Anche il presidente Bush e Condoleeza Rice parlarono dell’11 settembre in termini di opportunità. E in effetti si creò l’opportunità di soddisfare quelle che per i neocon erano le condizioni essenziali per costruire la Pax Americana: l’11 settembre permise all’amministrazione Bush-Cheney di attaccare l’Afghanistan e l’Iraq; di dare inizio alla trasformazione tecnologica dell’esercito; di ottenere un enorme incremento delle spese belliche e di dichiarare, con scarsa opposizione, la nuova dottrina della guerra preventiva, divenuta nota come “dottrina Bush”».

Bush avrebbe alluso alla nuova teoria della guerra preventiva nel giugno 2002 quando, a margine della consegna dei diplomi a West Point affermò che «La sicurezza dell’America, ha bisogno che tutti gli americani […] siano pronti ad agire preventivamente».

 

Una “nuova” Pearl Harbor

Già nel 1997, ne La grande scacchiera, il geostratega polacco, Zbigniew Brzezinski aveva infatti capito che era necessario impossessarsi delle risorse di Afghanistan e Iraq: ciò avrebbe però richiesto una massiccia militarizzazione della politica estera e il bisogno di una imponente opera di propaganda. Se aveva compreso come l’America avrebbe dovuto muoversi sullo scacchiere geopolitico, Brzezinski aveva anche predetto in che modo armare la mano del Pentagono: creando una minaccia nemica enorme, in modo da sconvolgere l’opinione pubblica e piegarla alla propria sete di conquista, così come era successo con l’attacco di Pearl Harbor:

«In più, bisogna considerare che l’America sta diventando sempre più una società multiculturale e, in quanto tale, può essere più difficile creare il consenso su questioni di politica estera, tranne che in presenza di una minaccia nemica enorme, diretta, percepita a livello di massa».

Il popolo americano si era infatti dimostrato non solo favorevole ma addirittura ansioso di partecipare alla seconda guerra mondiale dopo l’attacco di Pearl Harbor, che aveva provocato un vero e proprio shock collettivo. Quattro anni prima[1] dell’attentato al World Trade Center, Brzezinski invocava così la necessità di creare una nuova Pearl Harbor, in modo da raccogliere il consenso pubblico necessario per la mobilitazione imperialista.

Nel 1997 Brzezinski aveva anche previsto che la progressiva integrazione multiculturale sul suolo americano avrebbe reso sempre più difficile compattare l’opinione pubblica contro un Nemico esterno:

«In più bisogna considerare che l’America sta diventando sempre più una società multiculturale e, in quanto tale, può essere più difficile creare il consenso su questioni di politica estera, tranne che in presenza di una minaccia nemica enorme, diretta, percepita a livello di massa».

«Così è stata armata la mano che ha coperto di fumo nero Manhattan e il Pentagono[2]», sostiene lo scrittore Gore Vidal, spiegando che l’amministrazione Bush avrebbe adottato il piano di conquista definito da Brzezinski per invadere Iraq e Afghanistan. Ma per legittimare “la lunga guerra” era necessario che avvenisse un altro attacco come Pearl Harbor. L’11 settembre – che sia stato organizzato dai massimi vertici governativi e militari degli USA, oppure semplicemente “lasciato accadere” – avrebbe offerto l’opportunità che la junta attendeva.

Persino «USA Today» il 23 novembre 2001 scrisse:

«Il comandante delle truppe americane in Afghanistan ha dichiarato giovedì che la cattura di Osama bin Laden non è uno degli scopi dell’operazione Enduring Storm[3]».

È ancora Brzezisnki infatti a osservare nel 2007 che

«Gli eventi dell’11 settembre rappresentarono un’epifania per Bush [figlio]. Il nuovo presidente riemerse trasformato dopo un solo giorno di isolamento. Da quel momento in poi sarebbe stato il leader risoluto di una nazione in guerra, che affrontava una minaccia al contempo immediata e mortale, il comandante in capo dell’unica superpotenza mondiale. L’America avrebbe agito per proprio conto, senza alcun rispetto per il punto di vista degli alleati. Scossa dal crimine e preoccupata per la propria insicurezza, l’opinione pubblica si strinse intorno al leader[4]».

Fu proprio G. W. Bush a fare pressioni – dopo un identico intervento di Dick Cheney – affinché le indagini sull’11/9 venissero limitate il più possibile. A darne notizia fu la CNN che il 29 gennaio 2002 rese pubblico che

«Il presidente Bush in persona ha chiesto al leader della maggioranza in Senato, Tom Daschle, di limitare le indagini del Congresso sugli eventi dell’11 settembre»[5].

La motivazione addotta da Bush e Cheney, secondo quanto dichiarato dallo stesso Daschle, fu che «si sarebbero così sottratti fondi e personale» alla guerra al terrorismo. Nell’intento della Commissione d’indagine vi era infatti la mera constatazione che la passività dell’amministrazione fosse stata una conseguenza della «carenze delle agenzie federali», attribuendo così indirettamente la colpa delle evidenti falle nell’apparato di sicurezza in atto l’11/9 all’operato dell’FBI e dell’Aeronautica.

 

Cui prodest?

A 20 anni esatti da quella tragedia, il mondo non ha ancora potuto sollevare il sipario sulle vere ragioni che causarono la morte di tremila innocenti, innescando poi una spirale di violenza e guerre. Per questo il giornalista investigativo Patrick Martin ha cercato di spostare l’attenzione non tanto sulle modalità degli attentati, quanto sul movente, adducendo il dubbio che ha sfiorato la maggior parte degli americani, ovvero che i responsabili della tragedia possano essere Casa Bianca Pentagono, FBI, CIA:

«Quando si indaga su un delitto, è necessario porsi la domanda, “A chi giova?”. I principali beneficiari della distruzione del World Trade Center sono qui negli Stati Uniti: l’amministrazione Bush, il Pentagono, la CIA e l’FBI, l’industria delle armi, l’industria del petrolio. È ragionevole chiedersi se coloro che hanno ricavato dei benefici di tale portata dalla tragedia abbiano contribuito a farla accadere»[1].

Sotto accusa le “carenze” strutturali dei sistemi che quel giorno, inspiegabilmente, non funzionarono in maniera sistematica. L’assenza di risposta aerea quando era evidente che i voli erano stati dirottati ha spinto i ricercatori a dubitare del fatto che si sia trattato soltanto di falle del sistema: non si sarebbe trattato cioè di “carenze” ma di ordini a non procedere partiti dall’alto. L’indagine dettagliata della cronologia degli eventi di quell’11 settembre getta ombre oscure sui veri responsabili dietro il fallimento delle agenzie federali, del Pentagono e dei servizi militari.

Per questo l’analista politico inglese Naafez M. Ahmed, in una delle opere più complete e documentate sui retroscena dell’11 settembre, nelle conclusioni finali del libro, osserva con lucidità e amarezza:

«In base ai fatti documentati, la loro migliore spiegazione, a parere di chi scrive, è quella che mette in risalto la responsabilità dello Stato americano per quanto accaduto l’11 settembre 2001. Un esame dettagliato dei fatti non chiama in causa soltanto Kabul, ma anche Ryadh, Islamabad e, soprattutto Washington. Inoltre, secondo chi scrive, la documentazione presentata in questo lavoro suggerisce con forza, anche se non necessariamente in modo definitivo, che componenti di primo piano del governo degli Stati Uniti, delle forze armate e delle agenzie di intelligence sapessero che ci sarebbero stati gli attacchi dell’11 settembre e ne siano stati, in vari modi, complici. Questa deduzione certo non mi rallegra, ma è quella che meglio può spiegare i dati disponibili. È emerso chiaramente […] come una guerra in Afghanistan – che sarebbe dovuta cominciare nell’ottobre del 2001 – fosse stata pianificata da almeno un anno; e come, più genericamente, visti gli interessi strategici e regionali, questa guerra costituisse in realtà la conseguenza di almeno quattro anni di pianificazioni strategiche. Questi piani, a loro volta, rappresentano il culmine di un decennio di ampio respiro strategico. Tutto quel che serviva per far scattare il piano di guerra era un detonatore, e a questo fine nulla poteva funzionare meglio dei tragici eventi dell’11 settembre»[2].

Il capitalismo dei disastri

Naomi Klein nel suo Shock Economy, ha invece denunciato gli interessi privati che la famiglia Bush e alcuni membri del suo team, come Cheney e Rumsfeld, ebbero nell’invasione iraquena, insistendo dunque sul carattere economico-imprenditoriale del piano di espansione globale degli USA: il fine di costoro sarebbe di “privatizzare il governo”, insinuando le multinazionali a cui fanno capo gli stessi politici-imprenditori, nelle massime operazioni intraprese dal governo stesso. Nel caso dell’11/9,

«L’amministrazione Bush usò fin da subito la paura generata dagli attacchi non solo per lanciare la cosiddetta “Guerra al Terrore”, ma per assicurarsi che essa fosse un’impresa quasi completamente volta al profitto, una nuova e fiorente industria che avrebbe soffiato nuova vita nella stagnante economia americana. Lo si comprende meglio se lo si chiama “complesso del capitalismo dei disastri”: possiede tentacoli molto più lunghi rispetto al complesso militare-industriale contro cui Dwight Eisenhower aveva messo in guardia alla fine della sua presidenza. Questa è una guerra globale combattuta a ogni livello da aziende private il cui coinvolgimento è pagato con denaro pubblico, con un mandato vitalizio per proteggere la patria americana in eterno, eliminando il “male” oltreconfine, in ogni sua forma. […] Il fine ultimo è privatizzare il governo».

A 20 anni di distanza, appare più chiaro che mai che il governo Bush approfittò dello shock indotto dagli episodi dell’11 settembre per ottenere un casus belli, introdurre leggi liberticide e “privatizzare il governo”.

Una indagine condotta pochi giorni dopo l’11 settembre aveva rilevato che nove americani su dieci dichiaravano di soffrire di sintomi da stress post-traumatico. Il terrore generalizzato, indotto dagli attentati e dalle lettere all’antrace, produsse un’opportunità per il governo Bush che ne approfittò su diversi fronti: da un lato legittimare la Guerra al Terrore, cioè l’ennesima guerra “preventiva” che in un altro momento non sarebbe stata accettata dall’opinione pubblica, grazie a questo assicurarsi un’impresa volta al profitto e alla privatizzazione del governo  (il “capitalismo dei disastri”) , dall’altra restringere la privacy introducendo il Patriot Act. Il “capitalismo dei disastri” sfrutta infatti momenti di shock quali golpe, attacchi terroristici, crollo dei mercati, disastri naturali, guerra, che gettano la popolazione in uno stato di shock collettivo, per spingere i cittadini ad accettare manovre impopolari che in una condizione normale non tollererebbero.

 

Un nuovo “stato di paura”

La chiave di tutto ciò è la paura, che troviamo protagonista degli eventi che tanno sconvolgendo e trasformando oggi il mondo.

La paura è infatti una delle tecniche auree dell’ingegneria sociale. Si induce una crisi o la si strumentalizza per portare avanti politiche che sarebbero altrimenti impopolari ma che la percezione dello shock, indotto o reale che sia, legittima.

In stato di paura, infatti, l’opinione pubblica si sente disorientata, smarrita, come il prigioniero vittima di tortura. La popolazione sotto la minaccia di pericolo o dopo un forte trauma, necessita di una guida in quanto ha “perso la bussola”, si sente paralizzata dal terrore al punto da accettare qualunque proposta o intervento provenga dall’alto. Sull’onda dell’emotività di eventi tragici che coinvolgono la mente e la “pancia” dell’opinione pubblica, si possono introdurre provvedimenti che sarebbero stati inimmaginabili in un clima sociale sereno.

A 20 anni esatti da uno shock globale che è stato sfruttato come un pretesto per stravolgere la società e inaugurare un ventennio di stati di emergenza ripetuti, oggi la paura (inoculata quotidianamente dai media mainstream, dai loro bollettini dei morti e dalla loro criminologia sanitaria) ha indotto nell’opinione pubblica l’idea che si debba per forza scegliere tra salute e libertà per poter tornare a sentirsi “sicuri”. Si è convinta la popolazione della necessità di cedere libertà, privacy, diritti fondamentali, mostrando una cieca e passiva obbedienza nei confronti dell’autorità. Si sono convinti i cittadini a intraprendere un conflitto orizzontale, facendosi la guerra tra loro, legittimando la discriminazione di coloro che non vogliono sottoporsi a un siero sperimentale e l’ennesima spirale di odio e violenza.

I poteri dominanti hanno deciso di sfruttare come un pretesto la pandemia per stringere le maglie del controllo sociale e traghettarci, mansueti disorientati e spaventati, verso un nuovo “stato di paura”, l’ennesimo stato di eccezione che è ormai degenerato in una dittatura sanitaria, abbandonando i paradigmi della democrazia per sostituirli con nuovi provvedimenti e dispositivi governativi basati sulla “biosicurezza”.

In poco tempo un virus ci ha espropriati del diritto di uscire, vivere, crescere, imparare, confrontarci, lavorare, rendendoci creature terrorizzate, rintanate in casa o esasperate da precetti e obblighi assurdi, ridotte alla “nuda vita”, quella biologica di mera sussistenza. Di fronte alla paura di ammalarci abbiamo dimostrato di essere pronti a sacrificare tutto, dalle normali condizioni di vita e lavoro ai rapporti sociali, diventando degli animali addomesticati chiusi in gabbia. Abbiamo proiettato le nostre ansie, frustrazioni e paura su una minaccia globale che viene nuovamente sfruttata dal potere per accelerare uno stravolgimento della società.

E abbiamo perso l’appuntamento con la storia, dimenticando la lezione di 20 anni fa.

 

ENRICA PERUCCHIETTI

Note

[1]     Siamo nel 1997.

[2]     Gore Vidal, Le menzogne dell’impero e altre tristi verità. Perchè la junta petroliera Cheney-Bush vuole la guerra con l’Iraq e altri saggi. 2002, Fazi editore, pag.17.

[3]     «USA Today», 23 novembre 2001.

[4]     Zbigniew Brzezinski, L’ultima chanche. La crisi della super potenza americana, 2008, Salerno editrice, pag. 100. Titolo originale: Second Chance, Three Presidents and the Crisis of American Superpower, 2007.

[5]     http://articles.cnn.com/2002-01-29/politics/inv.terror.probe_1_daschle-house-and-senate-intelligence-intelligence-committee?_s=PM:ALLPOLITICS.

[6]     Citazione di Patrick Martin in Naafez M. Ahmed, Guerra alla libertà. Il ruolo dell’amministrazione Bush nell’attacco dell’11 settembre, 2002, Fazi editori, pag. 251.

[7]     Naafez M. Ahmed, Guerra alla libertà. Il ruolo dell’amministrazione Bush nell’attacco dell’11 settembre, 2002, Fazi editori, pag. 251.

 

 

 

 

 

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